Bologna, l'accoglienza diventa casa in una rete di speranza della comunità di Villaregia
di Ilaria Ballò, CMV
In molte città europee, le periferie dell’esistenza non sono solo luoghi geografici, ma spazi di vita in cui la fragilità chiede ascolto e presenza. È lì che l’accoglienza, abitata con fedeltà e discrezione, può trasformarsi in casa e generare speranza.
Una presenza discreta nelle fragilità urbane
A Bologna, tra le pieghe di una città segnata da mobilità, precarietà abitativa e nuove povertà, questa esperienza prende forma attraverso la vita di consacrate e consacrati che condividono il cammino con persone migranti in una fase delicata del loro percorso. È una presenza discreta, impregnata nell’ascolto più che nelle parole, nella prossimità più che nelle risposte immediate. Una presenza che sceglie di condividere il cammino dell’altro. Non si tratta di grandi numeri e grandi strutture, ma di vite concrete. Appartamenti che diventano spazi di transizione, tempi “cuscinetto” tra l’uscita dai circuiti istituzionali e una nuova fase di autonomia. Case che non offrono solo un tetto, ma una rete di relazioni; spazi in cui ricostruire legami e fiducia, un’esperienza di fraternità possibile.
Accompagnare in rete verso l’autonomia
In questo cammino è coinvolta la Comunità Missionaria di Villaregia, composta da sorelle e fratelli che condividono la vita e il servizio accanto a persone migranti. Tra loro c’è Alessia Gattamelata, missionaria impegnata in progetti di accoglienza abitativa per giovani migranti che lavorano ma faticano a trovare una abitazione. Un paradosso sempre più diffuso: il lavoro che non basta a garantire stabilità e l’abitare che resta una soglia difficile da attraversare. Proprio lì, su quella soglia fragile, si snoda il progetto di accoglienza e accompagnamento verso l’autonomia. «Spesso dietro il bisogno immediato, c’è una storia ferita, ferita di un viaggio faticoso insieme a un desiderio profondo di vita, di futuro», spiega Alessia. È qui che il servizio si fa accompagnamento: valorizzare le risorse, restituire fiducia, sostenere senza sostituirsi. Camminare accanto, senza giudicare, perché ogni persona possa riscoprirsi capace di andare avanti.
Il progetto SoStare, nato a Bologna nel 2023 come risposta all’emergenza freddo e divenuto poi dal 2024 un percorso di transizione abitativa, si sviluppa in rete con associazioni civili ed ecclesiali e con il coinvolgimento di volontari. Il lavoro si svolge in équipe, in un tessuto condiviso che educa all’accoglienza nello stesso territorio. Accanto al tema dell’abitazione, si promuovono percorsi di integrazione territoriale, d’apprendimento della lingua italiana nella costruzione di relazioni significative. La casa diventa così luogo di incontro interculturale, dove ogni persona è accolta e riconosciuta nella propria storia e dignità; dove il termine “migrante” non è più un’etichetta, ma rimanda a volti, storie e percorsi di vita.
La vita consacrata come presenza di relazione e speranza
In questo cammino, l’accoglienza è a doppio binario. «Molte volte – confida Alessia – siamo noi a sentirci accolti». Lo racconta ricordando una cena preparata con cura da Aziz Zamir, un uomo afgano passato attraverso il faticoso viaggio della rotta balcanica, accolto nel progetto. Artista e disegnatore, Aziz aveva apparecchiato la tavola con cura per la comunità: tovaglioli piegati, rose di carta, attenzione ai dettagli. Un gesto semplice che ha ribaltato le logiche consuete e restituisce dignità, rivelando un Dio che sorprende.
Una volta a settimana membri della casa d’accoglienza e della comunità missionaria si riuniscono per pregare. La vita quotidiana condivisa, la preghiera, la Parola di Dio ascoltata insieme, le cene dopo la celebrazione vissute come famiglia, le storie intrecciate, entrano nella liturgia e la liturgia torna a incarnarsi nella vita. Le ferite del mondo non restano lontane: abitano la comunità, interpellano la fede, allargano lo sguardo. Anche nelle fatiche burocratiche e nei discorsi discriminatori – che, purtroppo, non mancano - la motivazione rinasce nell’emergere di gesti di solidarietà, di amicizie tra volontari e ospiti, di relazioni che generano bellezza e gratitudine. Così, nel silenzio quotidiano di una casa condivisa, l’accoglienza torna ad essere ciò che è chiamata a essere: non un gesto occasionale, ma uno spazio in cui la speranza può davvero trovare casa. Dio continua ad agire, facendo germogliare vita, costruendo legami, aprendo spazi di bellezza là dove sembrava esserci solo precarietà. Un segno discreto, ma reale, di un Vangelo che prende carne nella fragilità e nella fiducia reciproca.
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