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2026.03.06 Pescatori Thailandia

Thailandia, l'aiuto della Chiesa al popolo invisibile dei lavoratori del mare

Nel Paese del sud-est asiatico, la metà di chi vive la quasi totalità della propria vita tra le onde e le reti da pesca è migrante. Su questi uomini e queste donne spesso ignorati dalla società pesano le ombre del lavoro forzato, delle violenze e delle ingiustizie salariali. Apinya Tajit, vicedirettrice nazionale di Stella Maris, l’organizzazione con la quale la Chiesa locale sostiene i marittimi e le loro famiglie: "Proteggerli non è solo un obbligo legale ma anche morale. Bisogna ascoltarli"

Federico Piana - Città del Vaticano

In Thailandia gli invisibili si trovano in mezzo al mare. Un popolo di oltre 80.000 persone del quale, molto spesso, la società civile ignora l’esistenza. Ma ne apprezza inconsapevolmente i frutti quando sceglie di comprare il Red snapper, il dentice rosso, o la Chitala ornata. Senza il lavoro duro e sconosciuto degli operatori dell’industria ittica impiegati sui pescherecci, quei pesci non arriverebbero sulle tavole della gente e il sistema alimentare globale entrerebbe in una pericolosa crisi.

Condizioni di sfruttamento

In fondo, chi  ama cucinare saporite zuppe thai ignora che la triglia o la rana pescatrice necessari per la ricetta sono costati molto più del prezzo del supermercato. Non sa che in tutto il Sud est asiatico un lavoratore su cinque del settore della pesca è esposto a condizioni che possono essere riconducibili allo sfruttamento, talvolta alla completa vessazione. E, come conferma una recente ricerca dell’Organizzazione internazionale del lavoro, anche oggi «questi gravi abusi rimangono diffusi:  poca chiarezza contrattuale, sequestro di documenti d'identità, furto di salari, violenza, molestie e lavoro forzato».

Migranti in prima fila

In Thailandia, come nel resto del Sud est asiatico, la metà di chi vive la quasi totalità della propria vita perso tra le onde del mare e le reti da pesca è migrante. «La maggior parte di loro proviene dai Paesi confinanti, in particolare Myanmar, Cambogia e Laos» racconta ai media vaticani Apinya Tajit, vicedirettrice nazionale di Stella Maris, l’organizzazione cattolica con la quale la Chiesa locale sostiene i marittimi e le loro famiglie.

Lavoro estenuante

Orari di lavoro lunghi e fisicamente molto impegnativi, rischi per la sicurezza, barriere linguistiche, conoscenza limitata dei propri diritti, isolamento dalle famiglie e dalla società, accesso limitato all’assistenza sanitaria e ai servizi sociali sono solo alcune delle criticità che ancora non sono state risolte. «Il governo thailandese —  spiega Tajit — ha rafforzato i quadri giuridici, potenziato i sistemi di ispezione, implementato il meccanismo di controllo e introdotto tecnologie di monitoraggio delle imbarcazioni.  E poi la cooperazione con le organizzazioni internazionali ha ulteriormente rafforzato la responsabilità e la trasparenza».

Punti deboli

La ricerca dell’Organizzazione internazionale del lavoro mette in evidenza che un punto debole sono i salari dei migranti: rispetto alla media di tutto il Sud est asiatico dove lo stipendio mensile ammonta a 660 dollari, in Thailandia se ne guadagnano 330.  Esattamente la metà.« In generale — si legge nel testo — nel settore della pesca persistono pratiche retributive tradizionali che aumentano la probabilità di abusi, tra cui l'erogazione di pagamenti anticipati, il saldo dei salari in contanti, l'uso di trattenute sui salari per pagare i debiti e la determinazione dei salari in base a una quota del pescato».  Tuttavia, in risposta a queste grandi sfide, negli ultimi anni il governo thailandese ha compiuto uno sforzo enorme per migliorare le tutele dei diritti e il rispetto dei doveri.

Impegno morale

«Proteggere i lavoratori della pesca  non è solo un obbligo legale ma anche morale»  ammonisce Tajit, secondo la quale «la cooperazione continua tra le autorità governative, le organizzazioni internazionali, la società civile e i gruppi religiosi come Stella Maris è fondamentale per garantire che i progressi siano sostenibili e che i lavoratori siano trattati con equità e dignità». Ma certamente non basta. Il popolo dei pescherecci ha soprattutto bisogno di essere considerato, ascoltato. «Dalla nostra esperienza di Stella Maris ho imparato che una delle forme di sostegno più significative è semplicemente la presenza attenta. Quando qualcuno ascolta e afferma che le loro difficoltà e la loro dignità sono importanti può restituire la speranza. Il contatto umano è essenziale per questi uomini e queste donne che spesso si sentono invisibili».

Assistenza completa

L’impegno di Tajit e dei collaboratori della sua organizzazione è quello di visitare i porti e incontrare i pescatori, offrire assistenza pastorale, facilitare le comunicazioni dei marittimi con le loro famiglie, fornire assistenza umanitaria  e di emergenza.  La vice direttrice di Stella Maris ha ancora impresso nella mente lo sguardo di felicità di un immigrato del Myanmar aiutato a contattare la mamma dopo aver passato diversi mesi in mare senza poter ascoltare la sua voce: «Il mare è sempre stato un luogo in cui vulnerabilità e speranza si incontrano. Dai pescatori del Vangelo ai marinai e ai lavoratori della pesca di oggi, la Chiesa continua ad accompagnare coloro che vivono e lavorano sulle acque».

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06 marzo 2026, 11:21