Sulle orme di Gesù, la roccia del Golgota
di Fra Francesco Patton
Per milioni di fedeli, il luogo dove Gesù fu crocifisso rappresenta l’asse attorno al quale ruota il mondo: «Nulla è il mondo davanti alla croce. Martino, undicesimo generale di Chartreux, ha dato questo motto al suo ordine: Stat crux dum volvitur orbis» (V. Hugo, I miserabili, trad. L. Saraz, Garzanti, 2013, II,8,3, p. 682/1839). Il Calvario è il punto in cui il Cristo crocifisso ha riconciliato l’umanità con Dio e demolito il muro dell’inimicizia che separava gli uomini (cfr. Ef 2,13-20). L’attuale basilica del Santo Sepolcro custodisce e protegge i più importanti luoghi santi legati al mistero della nostra redenzione e più precisamente i luoghi legati alla crocifissione, alla morte e sepoltura di Gesù Cristo e alla sua risurrezione. Per i cristiani d’Oriente, questo luogo è semplicemente l’Anastasis, la Risurrezione. Ma prima di giungere al messaggio pasquale del Sepolcro vuoto (oggetto del prossimo articolo), occorre che ci soffermiamo sulla roccia del Golgota, cioè sul mistero della croce.
La genesi del luogo: una cava di scarto
L’indagine archeologica moderna, supportata dagli studi del francescano Virgilio Corbo (V. Corbo, Il Santo Sepolcro di Gerusalemme, FPP, 1981, 3 voll.) e dalle recenti prospezioni, guidate dall’equipe della professoressa Francesca Romana Stasolla, ci ha aiutato a conoscere in modo approfondito la storia di questo sito. Nei secoli VII-I a.C. quest’area era una vasta cava situata all’esterno delle mura di Gerusalemme (Corbo, op. cit., vol 1, pp. 29-31). Gli scalpellini dell’epoca cercavano la pietra malaky, pregiato per la sua durezza, ma proprio in corrispondenza dell’attuale Calvario trovarono una roccia di qualità inferiore, friabile e venata. Questo sperone fu dunque risparmiato dal taglio e abbandonato, rimanendo come un’altura isolata.
Con il passare dei secoli, le buche provocate dalle attività estrattive si riempirono di detriti e terra, trasformando la zona in una necropoli suburbana intervallata da piccoli appezzamenti agricoli. Questo spiega perfettamente la descrizione dell’evangelista Giovanni: «Nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino». Il Golgota, il “luogo del cranio”, era quindi già all’origine “diviso in varie proprietà: una che poteva appartenere al governo, dove poteva fare anche le crocifissioni; una ad un giardiniere o ortolano ed una dove Giuseppe di Arimatea poteva essere padrone” (B. Bagatti, “Golgota, Cranio, Calvario”, in B. Bagatti – E. Testa, Il Golgota e la Croce, FPP, 1978, pp. 24-25; cfr. anche V. Corbo, op. cit., vol 1, pp. 29-32). Il luogo della crocifissione era perciò un piedistallo naturale perfetto per le esecuzioni romane, che richiedevano luoghi visibili e vicini alle vie di transito per svolgere una funzione di deterrenza. La sensibilità giudaica, inoltre, voleva che ciò avvenisse fuori dal perimetro delle mura cittadine, in analogia alla prassi della lapidazione da eseguire all’esterno dell’accampamento sia per i bestemmiatori (cfr. Lv 24,14) che per i violatori del sabato (cfr. Nm 15,35-36). Lo stesso autore della Lettera agli Ebrei, in una interpretazione sacrificale della morte di Gesù, annota che “i corpi degli animali, il cui sangue viene portato nel santuario dal sommo sacerdote per l’espiazione, vengono bruciati fuori dell’accampamento. Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, subì la passione fuori della porta della città” (Eb 13,11-12).
Il Calvario: il luogo in cui si è manifestato l’amore più grande
Attualmente il Calvario è – per così dire – una cappella laterale sopraelevata all’interno della basilica. La montagnola originaria è inglobata. Gli architetti di Costantino lavorarono infatti, a partire dal 326 d.C., per isolare il Sepolcro e il luogo della Crocifissione, spianando l’intera area ed eliminando i riempimenti artificiali e i templi pagani preesistenti voluti dall’imperatore Adriano (cfr. V. Corbo, op. cit., pp. 33-118, Vol 1).
Lo sperone del Golgota fu “scolpito” e regolarizzato: la roccia circostante fu rimossa, lasciando solo il monolite centrale. Oggi, salendo i ripidi gradini che portano alla cappella, si cammina su quella stessa roccia che vide il Cristo dare la vita per noi. È su quella altura che egli ha invocato il perdono per i suoi uccisori (cfr. Lc 23,34) e accolto il buon ladrone (cfr. Lc 23,39-43), è ancora lì che ci ha affidati alla Madre e ci ha affidato la Madre (cfr. Gv 19,25-27), ha chiesto da bere (cfr. Gv 19,28), è passato dal sentirsi abbandonato da Dio (cfr. Mc 15,34 e Mt 27,46) al giungere ad abbandonarsi nelle mani del Padre (cfr. Lc 23,46), portando a compimento il senso dell’incarnazione (cfr. Gv 19,30) e divenendo la nostra pace e la nostra riconciliazione (cfr. Ef 2,13-20). È lì che Gesù ha manifestato l’amore più grande (cfr. Gv 15,13) nel dare la vita per un’umanità peccatrice (cfr. Rm 5,8). Protetta da teche di vetro, la pietra mostra una profonda fenditura. Non è solo un dato geologico: per la tradizione, è la memoria del terremoto descritto dai Vangeli (cfr. Mt 27,51), il segno fisico di una frattura che separa il vecchio mondo dalla nuova creazione, contemporaneo allo squarciarsi del velo del tempio, che segna il passaggio dal vecchio tempio al nuovo tempio, che è lo stesso Gesù (cfr. Gv 2,19).
La tomba di Adamo: il sangue che redime l’umanità
Esattamente sotto l’altare del Calvario, al livello del pavimento della basilica, si apre la Cappella di Adamo. Qui il simbolismo archeologico e quello teologico si fondono in modo indissolubile. La fenditura osservata al piano superiore prosegue fin qui, svelando il cuore della roccia. Secondo una tradizione antichissima, il cranio del primo uomo, Adamo, era sepolto proprio sotto il luogo della crocifissione del “Nuovo Adamo”.
Il significato è potente: il sangue di Cristo, colando attraverso la spaccatura della terra, raggiunge le spoglie del capostipite dell’umanità, lavando il peccato del Progenitore nel momento stesso del sacrificio sulla croce. Questo spazio, dove la roccia nuda emerge prepotente dalle pareti, funge da collegamento tra il tempo pre-storico della Genesi e il tempo storico della Redenzione. È qui che si comprende perché il Golgota sia il vertice del mondo: non per la sua altezza fisica, ma per la profondità del mistero che custodisce. È su questa narrazione che si fonda anche l’iconografia che raffigura spesso il Crocifisso con ai piedi un teschio, che rappresenta Adamo. Lo stesso nome “Golgota”, cioè “luogo del cranio”, potrebbe aver indirizzato verso questa lettura.
Adriano: un tentativo di cancellare che involontariamente preserva
Un aspetto paradossale della storia del Golgota riguarda l’imperatore Adriano. Dopo la soppressione della rivolta di Bar Kochba nel 135 d.C., egli decise di cancellare ogni traccia di identità giudaica e cristiana da Gerusalemme, rifondandola come Aelia Capitolina. Per profanare i luoghi santi, Adriano fece costruire una vasta terrazza artificiale sopra il Golgota e il Sepolcro, erigendo sopra il secondo un tempio dedicato a Giove e sopra il primo una statua di Afrodite.
Gli storici cristiani antichi, come Eusebio di Cesarea, interpretarono questo atto come un tentativo di estirpare il culto (cfr. L. Franco, Eusebio da Cesarea, Vita di Costantino, 3,26, BUR, 2009, pp. 278-279). Tuttavia, da un punto di vista archeologico, coprendo il sito con tonnellate di materiale di riempimento e sigillandolo con un santuario pagano (dedicato a Giove e Venere), l’imperatore preservò involontariamente la conformazione originale dei luoghi, proteggendoli dall’erosione e garantendo che, due secoli dopo, l’imperatrice Elena e il vescovo di Gerusalemme Macario potessero identificarli. Senza quel tempio pagano, la memoria del Golgota avrebbe potuto disperdersi tra le macerie di una città in continua evoluzione.
Sant’Elena e il ritrovamento della Vera Croce
Nelle viscere della basilica, scendendo ancora più in basso rispetto alla roccia del Calvario, si raggiunge la Cappella di Sant’Elena e, infine, la grotta del Ritrovamento della Vera Croce, situata in una delle parti più antiche della cava. Elena giunse a Gerusalemme nel 326 d.C. allo scopo preciso di recuperare il più importante Luogo Santo e alla ricerca della reliquia più preziosa: la croce sulla quale morì Gesù Cristo.
La “leggenda” del ritrovamento delle tre croci è riportata in una duplice tradizione: Rufino di Aquileia (R. di Aquileia Historia Ecclesiastica, Libro X, capitoli 7-8, 402 d.C. ca) narra di una nobildonna gravemente malata che guarisce al contatto con la Vera Croce; Socrate Scolastico e Sozomeno (Socrate Scolastico, Historia Ecclesiastica, Libro I, capitolo 17, 439-440 d.C. ca; Sozomeno, Historia Ecclesiastica, Libro II, capitolo 1, 44, 443-450 d.C. ca) narrano che il vescovo Macario fa mettere a contatto con le tre croci un cadavere, che – toccando la reliquia autentica – ritorna in vita. In epoca medievale sarà Giacomo da Varazze (G. da Varazze, Legenda Aurea, Capitolo LXIV, 1260 d.C. ca) a riprendere la scena che sarà poi affrescata da Piero della Francesca, tra il 1442 e il 1466, nella Cappella Bacci della basilica di San Francesco in Arezzo. Già nel 160 d.C. il vescovo Melitone di Sardi scrive: “è al centro della piazza e della città, in pieno giorno e alla vista di tutti, che ebbe luogo l’ingiusta uccisione del Giusto. Così egli è innalzato sul legno e un titolo viene applicato per indicare chi è l’ucciso” (cfr. Melitone di Sardi, Peri Pascha, 94-95, in: R. Cantalamessa, I più antichi testi pasquali della Chiesa, Ed. Liturgiche, 1972, p. 47-48). La Cappella del Ritrovamento, con le sue pareti di roccia grezza, sulle quali, sul lato orientale “si notano frammenti di pitture, forse del XII secolo, nelle quali è raffigurato un Cristo crocifisso (mutilo dal petto in su). Nello spazio tra le mani di Maria e quelle di Giovanni affiora un affresco ancora più antico” (cfr. H. Fürst – G. Geiger, Terra Santa: Guida francescana per pellegrini e viaggiatori, Terra Santa Edizioni, 20182, pp. 445/1021), testimonia il passaggio cruciale tra la memoria orale della Chiesa primitiva e la volontà che si afferma in epoca costantiniana di monumentalizzare la fede.
La basilica del Martirio: il trionfo costantiniano
Il primo grande edificio eretto per volontà di Costantino fu la basilica del Martirio, consacrata il 13 settembre 335. Non dobbiamo immaginarla come l’attuale struttura crociata, ma come un’immensa aula a cinque navate, il cui orientamento era rivolto a ovest, verso il Calvario. In questa fase, il Golgota rimaneva all’aperto, in un cortile porticato che fungeva da cerniera tra la basilica del Martirio e l’Anastasis.
La nobile Egeria, nel IV secolo, descrive liturgie che si spostavano fisicamente tra questi spazi, seguendo le tappe del dramma della Passione (Itinerarium Egeriae, II,24-25;30-37). Il Calvario era ancora uno sperone a cielo aperto, decorato solo da una grande croce gemmata. Questa configurazione rimase intatta per quasi tre secoli, finché l’invasione persiana del 614 e il successivo incendio non segnarono l’inizio di una lunga serie di distruzioni e ricostruzioni (cfr. H. Fürst – G. Geiger, op. cit., pp. 422-425/1021).
Una roccia che diventa pietra angolare
Il Golgota, nonostante le mutilazioni subite nei secoli – dall’odio del califfo Al-Hakim nel 1009 all’incendio devastante del 1808 – è rimasto uno dei due punti focali della basilica. I restauri ottocenteschi dei Greci Ortodossi hanno dato al lato sinistro del Calvario (di proprietà dei greci ma con alcuni diritti d’uso anche per i Latini) l’aspetto attuale. Il lato destro del Calvario (di proprietà dei Latini, come pure la connessa “Cappella dei Franchi” che ne costituiva l’ingresso medievale dall’esterno) ha pure subito interventi di restauro diretti e coordinati dall’architetto Antonio Barluzzi, a partire dal 1934. Sono stati mantenuti e restaurati i resti di epoca crociata (XII sec.). È stato approntato un ciclo legato alla spogliazione di Gesù e alla sua crocifissione (Luigi Trifoglio m. 1939) e decorate a mosaico anche l’intera volta e le pareti (Pietro D’Achiardi m. 1940). Una descrizione completa si trova in A. Pizzuto, Gerusalemme: Il Calvario. Arte, catechesi, preghiera, TSE, 2022.
Il valore del Golgota non risiede nella sua estetica, ma nella sua testimonianza. Esso ci ricorda che la salvezza non è un’idea astratta, ma un evento accaduto in un tempo e in un luogo preciso. Il pellegrino, giungendo qui, dovrebbe semplicemente poter fare l’esperienza dell’apostolo Paolo e dire con lui: “Il Figlio di Dio mi ha amato, e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20), lasciandosi raggiungere dall’invito dell’antica iscrizione latina del XII secolo: «Esaltate colui che fu crocifisso nella carne, glorificate colui che fu sepolto per noi» (T. Tobler, Theoderici Libellus de locis sanctis editus circa A. D. 1172, St. Gallen 1865, p. 19).
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