Monte Tabor e Getsemani, nel cuore del "mistero di Cristo"
di Francesco Patton
Nella geografia sacra della Terra Santa, esistono due luoghi che, pur distanti geograficamente, formano un’unità architettonica e teologica: il Monte Tabor e il Getsemani. Se il primo richiama la manifestazione luminosa di Gesù di Nazaret come Figlio di Dio al momento della trasfigurazione, il secondo rappresenta l’ora delle tenebre e la fatica di sintonizzarsi sulla volontà del Padre. Nel 1924, a distanza di pochi mesi l’una dall’altra, venivano inaugurate le due basiliche che oggi custodiscono queste memorie, entrambe nate dal genio dell’architetto Antonio Barluzzi. Visitare questi luoghi significa entrare nel cuore del “mistero di Cristo”, tra l’ora della luce e l’ora delle tenebre.
Il Tabor: lo splendore del “Figlio Eletto”
Prima di diventare il monte della Trasfigurazione, il Tabor ebbe una rilevante importanza strategica e religiosa sin dall’antichità, ospitando probabilmente un centro di culto cananeo dedicato a Baal, noto nel mondo ellenico come Zeus Atabyrios (cfr. A.B. Cook, Zeus: A Study in Ancient Religion, Vol. I, Cambridge University Press, 1914, p. 642-643). Nel corso dei secoli, questa altura isolata funse da fulcro politico e militare: fu qui che, nel periodo dei Giudici, la profetessa Debora e Barak guidarono alla vittoria gli uomini di Neftali contro le truppe di Iabin re di Canaan guidate da Sisara (cfr. Giudici, 4,1-24), e la sua conformazione naturale lo rese un rifugio fortificato durante i conflitti, dalle guerre giudaiche contro i Romani documentate da Flavio Giuseppe (G. Vitucci, Flavio Giuseppe: Guerra Giudaica II, IV, 54-61, Fondazione Valla – Mondadori, 1974, pp. 20-23) fino al periodo crociato. Secondo Apocalisse, 16,16 sarà non lontano dal Tabor, sulla collina di Meghiddo (Armagheddon) che si svolgerà anche la battaglia finale tra le schiere di Dio e quelle del Male.
Tuttavia, per il cristianesimo il valore del monte, secondo una lunga tradizione che risale ai Padri della Chiesa, è legato al mistero della trasfigurazione di Gesù davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni: «Il primo autore a informarci della tradizione relativa al Tabor è Cirillo, vescovo di Gerusalemme, nell’anno 348. Probabilmente ce n’era già traccia in un Commento ai Salmi non concordemente attribuito a Origene (morto nel 253-4 a Cesarea Marittima). […] Ma è soprattutto dalla Seconda lettera di Pietro che traiamo l’impressione che il monte della Trasfigurazione dovesse essere un luogo ben noto. Dice infatti: Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul [non “su un”] santo monte (Seconda lettera di Pietro, 1,18)» (H. Fürst, G. Geiger, Terra Santa: Guida francescana per pellegrini e viaggiatori, Terra Santa Edizioni, MI, 20182, pp. 275/1021). Per i pellegrini, il Tabor è il luogo dove Gesù ha permesso ai suoi discepoli più intimi di scorgere per un istante il suo volto luminoso, quasi un’anticipazione della gloria della Risurrezione.
L’architettura della luce
Antonio Barluzzi, affrontando la sfida del Tabor tra il 1921 e il 1924, comprese che l’architettura sacra deve farsi interprete della Parola. In nessun altro santuario la luce è protagonista come in questo. La basilica, costruita in uno stile che richiama quello siro-romano del IV-VI secolo, è progettata per essere un’esperienza luminosa. Barluzzi stesso scriveva che la luce deve piovere abbondante dalle finestre superiori, filtrata da transenne marmoree e vetri opalescenti. Al mattino è l’abside della cripta a brillare di luce con le sue vetrate che richiamano le piume del pavone, mentre al tramonto gli ultimi raggi di sole accendono di rosso fuoco le tessere dorate del mosaico absidale. La figura di Cristo, sospesa tra Mosè ed Elia, brilla già della luce pasquale che ne rivela la sua divinità. È un’architettura che educa lo sguardo: invita il pellegrino a leggere tutto nella prospettiva della Pasqua.
Per la decorazione, che terminò assieme alla basilica nel 1924, collaborarono, coordinati dallo stesso Barluzzi una serie di artisti italiani: «Le cappelle [laterali] sono decorate con affreschi di Rodolfo Villani (1881-1941)… [In cripta le] decorazioni musive… eseguite dallo Studio Vaticano su disegno di Rodolfo Villani… e splendide vetrate con due pavoni, su disegno di Vittorio Grassi (1878-1958)… Il mosaico absidale, opera anche questa di Rodolfo Villani» (cfr. B. Mantura, A.M. Damigella, G.M. Secco Suardo cur., Artisti italiani in Terrasanta. Pittori, scultori e artigiani al lavoro nei santuari di Antonio Barluzzi. 1914-1955, Ed. Musei Vaticani, CDV, 2017, p. 104-109).
Scendendo nella cripta, la luce non scompare, ma cambia funzione. Qui Barluzzi ha voluto conservare l’antica abside medievale, ma ha inserito mosaici che approfondiscono il concetto di “trans-figurazione”. Gesù si manifesta in varie immagini: bambino a Betlemme, pane di vita nell’Eucaristia, Agnello immolato sulla Croce, Risorto e Vivente.
Il Getsemani: l’agonia nell’ora delle tenebre
Dalla sommità del Tabor ci trasferiamo a Gerusalemme, nella basilica del Getsemani. Durante l’ultima campagna di scavi archeologici, i cui risultati sono stati presentati nel dicembre 2020, c’è stato il ritrovamento di un bagno rituale ebraico isolato (mikveh) del tempo di Gesù, che conferma, secondo l’archeologo Amit Re’em, l’antica vocazione agricola del sito risalente a 2000 anni fa. Poiché le norme ebraiche di purificazione imponevano ai lavoratori la massima purezza rituale nella produzione di beni come l’olio o il vino, la presenza di tale vasca all’aperto attesta l’esistenza di un frantoio operante nel rispetto delle regole di purità rituale. Questo dato archeologico convalida l’etimologia del nome Getsemani (Gat Shemanim), indicando il luogo come un centro di spremitura di olio ritualmente puro situato alle porte di Gerusalemme (cfr. B. Guarrera, https://www.custodia.org/it/news/presentati-i-nuovi-ritrovamenti-archeologici-al-getsemani/).
La basilica dell’Agonia, consacrata il 15 giugno 1924, è speculare al Tabor. Qui Barluzzi ha riproposto una perenne “ora delle tenebre” (cfr. Luca, 22,53). All’interno, l’atmosfera è di una semioscurità permanente, creata da vetrate in alabastro bluastro che suggeriscono l’atmosfera della notte del suo arresto. Il soffitto è un firmamento di dodici cupole punteggiate di stelle, che sembrano trasmettere quel senso di angoscia che Gesù provò nell’ora in cui «egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte» (Ebrei, 5,7).
Al centro di tutto c’è la nuda roccia. È la “Pietra dell’Agonia”, circondata da una corona di spine in ferro battuto. Il pellegrino è invitato a contemplare Gesù che qui «cadde in ginocchio e pregava dicendo: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra» (Lc 22,41-44). Al Getsemani, il Figlio di Dio non appare in vesti candide e sfolgoranti, ma totalmente rivestito della sua fragilità umana che suda sangue per sintonizzare la propria volontà su quella del Padre. Eppure, è la stessa persona che abbiamo contemplato nella luce del Tabor.
I mosaici e gli arredi sono tutti opera di artisti italiani che, qui come al Tabor, hanno lavorato sotto la direzione del Barluzzi, fino alla metà degli anni ’50, per portare a termine la decorazione del santuario: «Come coronamento in facciata vi è un grande mosaico su cartone di Giulio Bargellini (1869-1936) e nella parte più alta le copie di due cervi in bronzo adoranti la croce in sostituzione degli originali di Duilio Cambellotti (1876-1960), che sono stati rubati recentemente. …all’interno sei colonne dividono lo spazio e sorreggono cupolette mosaicate. I mosaici sono stati disegnati da Pietro D’Achiardi (1879-1940), eseguiti dalla ditta Monticelli & Cassio di Roma e raffigurano cieli stellati, ulivi, palme, angeli e stemmi delle nazioni che hanno finanziato la decorazione. […] La Roccia dell’Agonia è stata circondata da una corona di spine in ferro, alta 30 centimetri e leggermente inclinata verso l’interno, eseguita da Alberto Gerardi (1889-1965), allievo di Duilio Cambellotti… […] Inizialmente l’esecuzione [dei mosaici absidali] fu affidata a Mario Barberis (1893-1960), ma i suoi disegni non furono subito accettati. Pertanto, venne in seguito bandito un concorso internazionale e furono chiesti dei bozzetti a Duilio Cambellotti e Giulio Bargellini. […] Dopo lunghe discussioni furono scelti i disegni di Barberis per le absidi laterali e il disegno di D’Achiardi per l’abside centrale» (cfr. B. Mantura, et al., op. cit. p. 18-23).
Barluzzi architetto dell’anima
Per comprendere appieno questi due santuari, bisogna entrare nella mente del loro artefice. Antonio Barluzzi non era solo un architetto; era un uomo di fede che viveva ogni cantiere come una forma di preghiera. Egli stesso spiega come ha operato nel breve saggio intitolato «La nuova architettura dei santuari di Terra Santa» (cfr. AA.VV., Custodia di Terra Santa, 1342-1942», Gerusalemme, 1951, pp. 96-116). Chiedendosi come costruire o ricostruire o restaurare i santuari e avendo costatato che le soluzioni offerte dall’architettura sacra moderna erano deludenti (ibidem, p. 98) Barluzzi tiene presenti due criteri. Il primo è il criterio tematico che lega ogni santuario a una pagina di vangelo. A tal proposito spiega: «In Terrasanta ogni località ove sorge un santuario è un richiamo preciso ad un determinato mistero della vita del Cristo. È nato allora il desiderio di evitare l’architettura generica che ripete sempre la stessa parola, e di piegare l’arte a esprimere il sentimento provocato da quel mistero. Con questo mezzo al fedele che entra nel tempio resta facilitato il compito di ambientarsi, di ricostruire nella sua mente l’episodio evangelico, di avvivare e dirigere l’emozione religiosa, di concentrare la meditazione con sentimenti adatti al mistero da contemplare» (ibidem, p. 98). Il secondo criterio è quello archeologico che valorizza i resti degli edifici sacri antichi che ancora si trovano nei vari siti (ibidem, p. 98).
Gli ulivi silenziosi e la Grotta degli Apostoli
Il pellegrinaggio si nutre anche di luoghi meno celebrati ma comunque significativi. Uscendo dalla basilica, troviamo il giardino con i suoi otto ulivi centenari. Studi botanici recenti hanno rivelato che appartengono tutti allo stesso profilo genetico, derivando da un’unica pianta madre (cfr. R. Petruccelli et al. / C. R. Biologies 337 [2014] pp. 311–317). Anche se i tronchi attuali risalgono all’epoca crociata (circa 800 anni fa), l’idea che siano polloni di un albero presente al tempo di Gesù è scientificamente plausibile. Essi sono i «testimoni indiretti» dell’agonia di Gesù, sopravvissuti attraverso i secoli per dirci che «le tenebre non hanno prevalso» (cfr. Giovanni, 1,5).
Accanto al giardino del Getsemani, si trova la Grotta degli Apostoli. Questo spazio naturale, dove Gesù e i discepoli pernottavano durante le feste pasquali, è il nucleo originale dal quale si sono sviluppati tutti i luoghi santi circostanti (cfr. H. Fürst, G. Geiger, op. cit., pp. 616/1021). È qui che gli Apostoli non riescono a vegliare e cadono vinti dal sonno mentre Gesù è in preghiera, appena prima del suo arresto (cfr. Luca, 22,39-46).
Vivere nella tensione tra Luce e Tenebre
Il messaggio congiunto di queste due basiliche, tra le più belle di Terra Santa, ricorda al pellegrino che la gloria del Figlio di Dio non si può scindere dalla storia del figlio dell’uomo, il Signore trasfigurato e l’uomo agonizzante al Getsemani sono la stessa persona, il Cristo della fede è in continuità col Gesù della storia, come la narrazione evangelica testimonia. Anche noi siamo chiamati a vivere la nostra vita cristiana nella stessa tensione tra luce e tenebre. Non a caso, il cammino della liturgia quaresimale, nel presentarci ogni anno l’esperienza della trasfigurazione e quella della passione, le collega significativamente tra di loro: «Questa trasfigurazione, senza dubbio, mirava soprattutto a rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce, perché l’umiliazione della Passione, volontariamente accettata, non scuotesse la loro fede, dal momento che era stata rivelata loro la grandezza sublime della dignità nascosta del Cristo» (S. Leone Magno, Disc. 51,3; Migne, PL 54,310). La luce del Tabor non si lascia vincere dalle tenebre del Getsemani, ma permette al Cristo di superarle. Così come la luce di Pasqua non si lascia offuscare dalle tenebre del Venerdì Santo e dà anche a noi la forza di affrontarle e attraversarle.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui