Pakistan-Afghanistan, la Chiesa in campo per portare pace e riconciliaziione
Federico Piana - Città del Vaticano
La guerra tra Pakistan e Afghanistan si sta facendo sempre più drammaticamente seria. Gli osservatori internazionali che fino ad ora pensavano fosse solo un fuoco di paglia, solo scaramucce tra due problematici vicini, dovranno ricredersi. Primo, perché proprio ieri la missione delle Nazioni Unite in Afghanistan ha fatto sapere che gli scontri nelle zone di frontiera si stanno intensificando e che dal 26 febbraio scorso - giorno dello scoppio del conflitto - i civili morti da entrambe le parti sono stati oltre 200 mentre gli sfollati interni nei due Paesi hanno raggiunto 118 mila. Da annotare anche che oltre il 55% delle vittime è composto da donne e bambini. Una tragedia.
Testimonianze preoccupate
Ma a far riporre nel cassetto delle idee sbagliate anche la valutazione che si tratti di un conflitto a bassa intensità sono le testimonianze dirette che i media vaticani riescono ad ottenere dal campo di battaglia. Voci di chi, giorno dopo giorno, vede la situazione precipitare senza che la comunità internazionale possa far nulla per fermare questa pericolosa escalation nell’area, già resa incandescente da un’altra guerra: quella tra Iran, Stati Uniti ed Israele che si sta consumando non poi così tanto lontano da Islamabad e Kabul.
Crisi complessa
"Anche se tecnicamente quello tra Pakistan e Afghanistan non si può definire un conflitto su vasta scala, le recenti azioni militari hanno creato un ambiente pericoloso", racconta dal Pakistan padre Lazar Aslam, frate cappuccino francescano, attivista per i diritti umani e segretario generale di Mariam Siddeeqa, la Custodia generale cappuccina del Paese. "Questa instabilità - prosegue con preoccupazione - è aggravata dal rimpatrio forzato dei rifugiati afghani ai quali viene chiesto di lasciare il Pakistan dopo decenni di residenza provocando una complessa crisi di sfollamento. Organismi internazionali, come l'Onu, continuano a sollecitare la moderazione ma la minaccia di una catastrofe umanitaria più grave rimane alta".
Vita difficile
Per gli sfollati la crisi è già in atto. Ed è preoccupante. Se ne sta rendendo conto anche padre Khalid Rashid, sacerdote della diocesi di Faisalabad e direttore della Commissione giustizia e pace della Conferenza Episcopale pakistana. "A causa dei combattimenti nelle zone di confine - spiega - molte famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie case. Queste persone vivono in rifugi temporanei o presso parenti. Le loro condizioni di vita non sono facili. Hanno urgente bisogno di cibo, acqua potabile, medicine, alloggio e sostegno psicologico. Diverse organizzazioni umanitarie, comunità locali e gruppi di beneficenza stanno cercando di aiutarli".
Bisognosi di tutto
Ma non è facile. Il Paese è piombato in una pesante crisi economica che sta facendo scarseggiare anche i beni primari e ha fatto impennare il prezzo della benzina, Come conferma padre Aslam, "la gente è stanca dei conflitti e non sostiene la prospettiva di un’ulteriore guerra. C’è un profondo senso di tragedia nel fatto che questo conflitto spesso oppone fratello musulmano contro fratello musulmano, portando a una preghiera collettiva per la stabilità e un futuro libero dalla violenza".
Pace urgente
L’urgenza della pace si è concretizzata in un appello dei vescovi pakistani a mettere in pratica quella che padre Aslam definisce un’orazione sinfonica: "Attraverso le Messe, il Rosario e l'Adorazione eucaristica, la Chiesa sta promuovendo il dialogo al posto delle armi. Una reazione fondamentale da parte della comunità cristiana è l’organizzazione di incontri condivisi in cui cristiani, musulmani, sikh e indù spezzano il pane insieme. Si tratta di un’applicazione pratica del Vangelo".
Dialogo necessario
Anche padre Rashid assicura che la vita sacramentale e pastorale della piccola comunità cattolica "per ora non ha subito grossi scossoni: tutto continua nella normalità anche se la tensione rimane alta. Soprattutto abbiamo il timore che il vicino conflitto iraniano, unito a quello che stiamo vivendo qui, possa provocare una guerra più ampia. Per questo motivo il dialogo internazionale e la diplomazia sono essenziali per prevenire un ulteriore disastro".
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