La sala di proiezione della CEI intitolata a Mario Verdone, educatore alla bellezza
Eugenio Murrali - Città del Vaticano
Quella di Mario Verdone non era solo una maniera di guardare al cinema, ma rifletteva un modo di stare al mondo vigile, profondo, umano.
Ieri sera la Conferenza Episcopale Italiana ha onorato la memoria di questo grande studioso della settima arte, intitolandogli la sala di proiezione, ora digitalizzata, nella sede di via Aurelia, a Roma, con una cerimonia partecipata e sentita organizzata dalla Fondazione Ente dello Spettacolo. "Dare attenzione al cinema significa dare attenzione — ha osservato l’arcivescovo Giuseppe Baturi, segretario generale della Cei — all’uomo che si esprime. E il riferimento a Mario Verdone è anche un invito a guardare con la giusta capacità critica, che vuol dire educare alla bellezza, ma anche all’uso della ragione". Una chiave, il magistero dello studioso, per discernere i valori e il rapporto tra il prodotto cinematografico e il destino dell’essere umano.
La collaborazione con "Cinematografo"
"Mario Verdone è stato per decenni — ha affermato monsignor Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo — un augure del cinema italiano, non nel senso esoterico ovviamente, ma nel senso più preciso e nobile, un uomo che sapeva leggere le immagini in movimento, cercandovi un senso che andasse oltre la tecnica, oltre la trama, oltre persino l'estetica, un uomo che alzava gli occhi allo schermo e, come appunto chi faceva l'auspicio, li alzava verso il cielo e si domandava: 'Che cosa ci sta dicendo questo film? Dove ci porta? Sarà buono? Cosa rivela di noi?'". Dal 1947 al 1967 Mario Verdone ha collaborato con la Rivista del cinematografo, espressione della Cei e della cultura cattolica in dialogo con il mondo, un periodico che nel 2028 compirà cento anni.
Un critico viaggiatore
Il ritratto di questo osservatore concreto, umile e acuto è stato completato dalle parole del critico di Cinematografo, Federico Pontiggia, e dai racconti dei figli di Verdone, Luca e Carlo. Ne è emerso il profilo di un critico viaggiatore, come recita il titolo di un documentario di Luca Verdone sul padre, capace di dare luce a pellicole scovate nei festival di tutto il mondo, dove a volte portava con sé i figli. Scriveva con "uno sguardo incarnato", ha dato forza con le sue parole e con le sue pubblicazioni al Neorealismo, ha dedicato la sua attenzione ai film per ragazzi, nella convinzione che quest’arte dovesse entrare nelle scuole, ha sostenuto a caro prezzo capolavori come La dolce vita di Federico Fellini, ha portato per primo la settima arte in diversi atenei, tra cui l’università di Parma e la Sapienza di Roma, dove è stato nominato professore emerito di Storia e critica del film.
Un lessico famigliare
Verdone educava alla bellezza ed educava con la vita, "portava la sua fede — aggiunge monsignor Milani — non come il pregiudizio che seleziona i film ammissibili o quelli catechetici, ma come posizione di vita che gli permetteva di riconoscere nell'immagine cinematografica qualcosa di profondamente umano, nel cinema qualcosa di degno di attenzione, le ricchezze, le povertà dell’uomo, le sue possibilità". Scriveva lo studioso nel suo primo articolo comparso sulla Rivista del Cinematografo: "Il film cristiano deve potersi rivolgere a tutti, anche senza simboli religiosi e costumi sacerdotali, alla stessa insaputa degli spettatori, deve descrivere la vita di tutti". Federico Pontiggia, nella sua laudatio, ha richiamato un’immagine di Verdone, che descriveva lo storico e il critico come un atleta olimpionico di decathlon, perché "costretto a restare aperto a tutti i problemi che concernono la realtà, e cioè anche l’industria e il consumo culturale. In tutti i sensi un figlio del proprio tempo". Pontiggia ha sottolineato tre sedi del suo impegno: l’aula universitaria, la sala cinematografica e la famiglia, dove anche per i figli Carlo, Luca e Silvia il cinema ha sempre fatto parte del lessico famigliare.
Guardare insieme
Nei ricordi di Luca, i momenti condivisi, come la visione, quando aveva una decina di anni, di Au hasard Balthazar di Robert Bresson alla Cittadella Cristiana di Assisi. Papà Mario gli chiese di scrivere una paginetta per comprendere cosa avesse assorbito del film: "Lui era anche questo, era un educatore, uno stimolatore di esperienze". E ha concluso: "Ho continuato a coltivare i miei sogni su quelle immagini che lui mi ha proposto all’inizio e ho cercato di essere sempre fedele a questo suo imperativo che era il cinema come interpretazione della società". Il fratello Carlo ribadisce: "In fin dei conti, se noi siamo quello che siamo lo dobbiamo a lui". Vera guida, Mario Verdone fece al figlio un regalo molto significativo: una tessera per vedere le proiezioni al Filmstudio di Roma. "Quasi sei anni, cinque giorni alla settimana andavo al Filmstudio: la mia cultura cinematografica si è costruita grazie a mio padre, grazie a quelle tessere che mi regalava".
Un'anima sorridente
Commosso e divertente il racconto di molti frammenti di vita legati alla figura paterna, di cui Carlo Verdone dice: "Ho sempre avuto una grande ammirazione per mio padre, ritengo che mio padre sia di gran lunga superiore a me, ma lo dico sinceramente, in tutto: eticamente, moralmente, nella professione, nel rigore, nella disciplina, nel coraggio, nella curiosità". E aggiunge: "Magari potessi acquisire ancora qualche pezzetto della sua anima e migliorare in qualcosa. Però, devo dire che alla fine siamo stati molto fortunati: abbiamo avuto una famiglia molto solida, che ci ha veramente sostenuto, ci ha aiutato molto e anche noi figli ci siamo comportati nel migliore dei modi, abbiamo fatto del nostro meglio". Prima di passare allo svelamento della targa e alla proiezione del film Io, loro e Lara nella sala resa più moderna, per volere di Impresat srl con il sostegno di Cine Project Italia srl, Verdone ha ricordato con irresistibile vis comica altri passaggi della sua esperienza nel cinema e della relazione complice, limpida e scanzonata con suo padre: "Sono convinto che l’anima di mio padre, anche qua, sicuramente, stia sorridendo. Sarà contento e dirà: 'Bravi figlioli miei!', col suo accento toscano".
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