Libano, suor Wafaa: scuole chiuse per le bombe. A rischio una generazione di studenti
Federico Piana - Città del Vaticano
La scia luminosa ed incandescente dei missili che solcano l’orizzonte del cielo a sud di Beirut, suor Wafaa Rached la vede ormai ogni giorno ed ogni notte. Senza soluzione di continuità, da quando il 3 marzo scorso è iniziata questa maledetta guerra. «Il rumore delle bombe è impresso nelle nostre orecchie e nei nostri cuori. La paura e l’insicurezza regnano nelle nostre strade e nelle aule vuote. Alcune sere, per attutire il boato delle esplosioni, andiamo a dormire nel seminterrato».
Tutto cambiato
Le «aule vuote» sono quelle della scuola delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret che si trova a Baabda, capoluogo del governatorato del Monte del Libano. Come la descrive suor Rached, che da anni la dirige con abnegazione e passione, rappresenta un’oasi «incantevole, costellata di alberi e vegetazione che invita all’introspezione e all’apprendimento». Già, ma prima dell’arrivo della furia israeliana: ora tutto è cambiato.
Pericolo in aumento
Quei 700 ragazzi cristiani e musulmani sciiti della periferia sud che popolavano allegramente i corridoi scolastici non potranno più sedersi tra i banchi aspirando ad una buona preparazione accademica ed una solida formazione umana: «Le lezioni sono state sospese per motivi di sicurezza. La nostra scuola si trova molto vicina alle zone colpite e gli spostamenti sono diventati pericolosi». Senza contare il fatto, spiega la religiosa ai media vaticani, che in molti hanno preferito abbandonare la città per stabilirsi in zone più sicure: «La grande maggioranza dei nostri studenti e delle loro famiglie, in un modo o nell’altro, è stata colpita da questo conflitto. Colpita in modo indelebile».
Giovani a rischio
L’istituto delle Suore di Santa Giovanna Antida Thouret non è la sola istituzione scolastica ad aver chiuso i battenti. In tutta Beirut ed in molte parti del Libano ce ne sono centinaia: cristiane, musulmane, laiche. Alcune di queste si sono addirittura trasformate in centri di accoglienza per migliaia di sfollati. «Tutto ciò è un peso insostenibile. Oltre alla perdita delle conoscenze acquisite, i bambini ed i ragazzi sono privati di un luogo di socializzazione e protezione. Ora sprofondano nell'isolamento e diventano fragili, se non addirittura ansiosi. E la salute mentale ne risentirà». Si sta uccidendo un’intera generazione, è il ragionamento di suor Rached.
Resilienza e speranza
Ma la resilienza dei professori che continuano, quando possono, ad insegnare online e degli studenti che non smettono di imparare sotto le bombe è una costante, rivela la direttrice: «È lo stesso atteggiamento di resilienza che si riscontra negli abitanti di Beirut: continuano a lavorare, a ricostruire ciò che è stato distrutto, a sostenere con amore i propri vicini. La speranza si manifesta così, anche nella solidarietà».
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui