Padre Toni Elias: "In Libano circondati dalla guerra, restiamo nelle nostre case"
Federico Piana - Città del Vaticano
Il suo primo pensiero è per padre Pierre El Raii, il sacerdote del sud del Libano ucciso due giorni fa da un bombardamento israeliano e del quale oggi si sono svolti i funerali a Qlayaa, il villaggio dove era parroco: «Era un nostro carissimo confratello, un uomo coraggioso. La sua morte ci addolora immensamente: per noi è un martire della fede perché ha perso la vita mentre stava andando ad aiutare la gente colpita dai missili»
Profondo dolore
Padre Toni Elias non nasconde la sua emozione quando riesce a mettersi in contatto con i media vaticani: vice parroco di Rmeish, conosceva bene padre Pierre perché entrambi armeni e poi perché Rmeish e Qlayaa distano poco più di 40 chilometri l’uno dall’altro e avevano occasione di incontrarsi: «Nonostante questa distanza molto piccola, io e la mia gente non abbiamo potuto partecipare alle esequie. Qui spostarsi è diventato estremamente pericoloso».
Obiettivi di morte
Il distretto di Bint Jbell, dove si trova il villaggio di padre Elias, è nel cuore di quel sud del Paese preso di mira dai bombardamenti che secondo l’esercito israeliano hanno l’obiettivo di annientare le milizie Hezbollah filo iraniane che lanciano missili verso Israele. Il parroco di Rmeish racconta che il suono sordo delle esplosioni ormai è diventato una tragica costante: «Lo sentiamo tutti i giorni sopra le nostre teste. Due bombe hanno distrutto una casa, fortunatamente non ci sono state vittime».
Villaggi evacuati
In due dei cinque villaggi cristiani della zona ormai non c’è più nessuno: tutti gli abitanti sono stati fatti evacuare. Gli unici che rimangono ancora abitati sono proprio quello di padre Elias e quelli di Debel e Ain Ebel . «Noi non ci spostiamo. Qui non ci sono uomini di Hezbollah, non ci sono missili. Non siamo un pericolo per nessuno. E poi dove andremmo? Noi abbiamo una sola paura: che una volta usciti dalle nostre case non potremo più rientrare».
Pericoloso uscire
Di fatto Rmeish, posizionato a pochi passi dal confine con Israele, è letteralmente accerchiato dalla guerra. Ad entrare ed uscire si rischia la vita. Se qualcuno vuole avventurarsi per le poche vie di collegamento con Beirut deve farsi scortare dall’esercito libanese. Dunque, ammette padre Elias, garantire gli approvvigionamenti alimentari sta diventando un problema molto serio: «La Chiesa e le autorità locali stanno cercando di assicurare alla popolazione cibo e gasolio. Non è facile ma ci stiamo provando».
Sfollati allontanati
Tra i settemila abitanti di Rmeish, fino a qualche giorno fa, c’erano anche duecento sfollati sciiti e sunniti provenienti da alcune cittadine evacuate che, però, sono stati costretti a partire di nuovo. «L’esercito israeliano - spiega il religioso - ci ha fatto sapere che dovevamo decidere: se quegli sfollati non avessero lasciato il villaggio l’avremmo dovuto fare noi. Forse temevano che tra loro potesse nascondersi qualche elemento di Hezbollah».
Speranza sempre viva
Anche se c’è la paura per il conflitto ed il timore di un futuro incerto, tra la gente di Rmeish la speranza ancora non è morta. «Perché la fede non è stata uccisa dalle bombe. Noi sacerdoti, tutti i giorni, celebriamo due messe, facciamo l’adorazione eucaristica ed i fedeli partecipano affidandosi totalmente al Signore. Queste sono le nostre armi».
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui