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Beirut, il decollo di un aereo della Middle East Airlines mentre sono in atto i bombardamenti israeliani Beirut, il decollo di un aereo della Middle East Airlines mentre sono in atto i bombardamenti israeliani

Libano, la denuncia della Caritas di Bent Jbeil: villaggi distrutti e anime annientate

Nel distretto che si trova nel sud est del Paese dei cedri, i bombardamenti israeliani non accennano a diminuire. Boulos Hage, segretario della Caritas locale: "Siamo tagliati fuori dal Libano e dal resto del mondo. In altre parole, ci mancano cibo, internet, carburante. Gli ospedali più vicini sono vuoti e l’unica struttura sanitaria accessibile si trova a 90 km". Migliaia le persone che fuggono abbandonando case e città

Federico Piana - Città del Vaticano

Camminare nel distretto libanese di Bent Jbeil è come attraversare l’inferno. «Alcuni villaggi della zona sono ormai deserti, in rovina, svuotati dei loro abitanti. Come Yaroun, Qaouzah, Safad Al Batikh, Baraachit e Tebnine...». A Bent Jbeil, che si trova nel sud est del Paese dei cedri e quindi al centro del ciclone della furia israeliana, Boulos Hage è il segretario della Caritas locale e non può cancellare dai suoi occhi e dalla sua mente quella che, in una conversazione con i media vaticani, definisce una vera e propria catastrofe: «I bombardamenti sono incessanti, non solo hanno distrutto case, chiese, automobili: hanno anche annientato le anime e mietuto vite innocenti come quelle di tre cristiani della cittadina di Ain Ebel». Stimare il numero esatto delle vittime è quasi impossibile perché tutte le strade sono bloccate ed i soccorsi, in alcuni casi, diventano un miraggio.  Chissà  quanti corpi ci sono ancora sotto le macerie.

Isolati e assediati

Boulos Hage parla con dolore e rabbia di quei villaggi isolati ed assediati: «Siamo tagliati fuori dal Libano e dal resto del mondo. In altre parole, ci mancano cibo, internet, carburante. L’elettricità viene generata grazie ai pannelli solari, gli ospedali più vicini sono vuoti e l’unica struttura sanitaria accessibile si trova a 90 km». Ma percorrere quella distanza vuol dire solo rischiare la vita.

Migliaia in fuga

Chi può scappare lo fa senza pensarci due volte, in migliaia  hanno già abbandonato le proprie case ed i propri villaggi. «La maggior parte degli sfollati si dirige verso i propri parenti, centri di accoglienza o conventi. La loro situazione è difficile perché non hanno più alcun bene di prima necessità, comprese le coperte per ripararsi dal freddo».

Barlume di speranza

Il ricordo dello sguardo disperato di una vedova e delle sue due figlie disabili fuggite dal villaggio di Qaouzah emerge prepotente nel racconto del segretario della Caritas di Bent Jbeil : «Quando si sono rifugiate a Rmeich abbiamo potuto sostenerle fornendo loro cure mediche, aiuti alimentari quotidiani e mezzi di riscaldamento. Inoltre, abbiamo inserito questa famiglia in un recente progetto in cui la nostra organizzazione le dona 150 dollari al mese per i prossimi 11 mesi». Un barlume di speranza, solidarietà e fiducia che tutta la Chiesa locale sta offrendo alla popolazione stremata con una serie di azioni concrete unite ad una presenza spirituale costante.

La vicinanza della Chiesa

Ieri, questo interesse e questo amore, gli abitanti dei villaggi del distretto di Bent Jbeil li hanno potuti toccare con mano quando proprio Boulos Hage ha accompagnato il nunzio apostolico del Paese, l’arcivescovo Paolo Borgia, in una visita alla quale hanno preso parte anche monsignor Michel Aoun, vescovo di Jbeil dei Maroniti, l’arcivescovo di Tiro dei Maroniti, monsignor Charbel Abdallah, padre Jean Younes, segretario generale del Consiglio dei Patriarchi e il presidente di Caritas Libano, padre Samir Ghawi. «L’obiettivo — ha spiegato Boulos Hage — è stato quello di consegnare aiuti umanitari,  donati da diverse organizzazioni, agli abitanti e agli sfollati dei villaggi di Rmeich, Debel e Ain Ebel. Ma al di là dell'aspetto materiale, questa visita ha rappresentato anche un sostegno morale e spirituale, una nuova fiducia per continuare la nostra resilienza e rafforzare la nostra unità».

Appello al mondo

Il segretario della Caritas che opera in quell’inferno che si sta allargando sempre di più si sente anche in dovere di lanciare un accorato appello alla comunità internazionale e al mondo intero affinché facciano presto ad andare a salvarli: «Devono esercitare pressioni per ottenere concreti cessate il fuoco e non accontentarsi di una diplomazia di facciata. E poi è indispensabile un vero patto di pace».

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17 marzo 2026, 14:04