Kurdistan iracheno, i cristiani: con questo conflitto temiamo di scomparire
Joseph Tulloch – Città del Vaticano
Il Kurdistan iracheno si trova nel mezzo del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, nonostante non sia coinvolto. Ma è preso di mira perché nel territorio ci sono gli interessi di entrambe le parti. Dilan Adamat, della comunità cristiana di lingua aramaica, parla con i media vaticani del conflitto e dei bombardamenti subiti, mentre si trova ad Ankawa, il sobborgo cristiano della capitale Erbil, dove è nato. Cresciuto in Francia, ha scelto di tornare nel suo Paese da adulto per fondare "The Return", organizzazione no-profit che sostiene i cristiani iracheni della diaspora che desiderano tornare nelle loro terre d’origine.
Le paure dei cristiani di Erbil
Soltanto pochi giorni fa, le forze iraniane hanno lanciato un'operazione contro i gruppi curdi nella regione semi-autonoma del Kurdistan iracheno e mercoledì sera sono stati colpiti edifici appartenenti alla Chiesa caldea a Erbil, in quello che l'arcidiocesi locale ha descritto come un "apparente attacco con droni" che, fortunatamente, non ha provocato vittime. A differenza di conflitti precedenti, come la lotta contro l’Is, spiega Adamat, oggi non esiste "una linea del fronte chiara, nessun luogo in cui rifugiarsi". È tutto molto casuale, aggiunge, e per questo le persone hanno paura, perché “i missili possono cadere ovunque, soprattutto qui ad Ankawa, che ora è il più grande quartiere cristiano dell'Iraq e, probabilmente, più o meno di tutto il Medio Oriente, e che si trova a poche centinaia di metri dalla base militare statunitense dell'aeroporto internazionale di Erbil”. Gli abitanti, continua Adamat, sono abituati a crisi e guerre, le situazioni peggiori sono state durante il conflitto del 2003, quello del 1991, durante la guerra civile (2006-2008), e quindi “sanno come adattarsi, come vivere senza elettricità quando c'è carenza. La vita continua, gli abitanti, pur non essendo naturalmente felici per quanto accade, sono più calmi di quanto si possa immaginare, si vedono persone andare al lavoro, nei supermercati, nei ristoranti. E si resta in attesa dei prossimi passi, di cosa accadrà nei prossimi giorni o nelle prossime settimane. Non è la nostra guerra, ma siamo comunque coinvolti, siamo presi di mira da entrambe le parti, perché ci sono interessi di entrambe le parti sul nostro territorio”.
Il Kurdistan iracheno, proprio per le sue caratteristiche di eterogeneità, sotto il profilo etnico e religioso, è nel conflitto. Adamat lo spiega anche con la presenza “di alcuni gruppi di curdi iraniani che si trovano qui perché non possono operare dall'Iran. La loro sede è a solo un'ora di distanza da Erbil: hanno uffici, campi e famiglie, e recentemente sono stati attaccati dall'Iran con i missili. Noi, siamo in qualche modo coinvolti, e non possiamo che sperare per il meglio”.
I cristiani a rischio scomparsa
La preoccupazione più grande di Adamat e più in generale di tutta la comunità è che i cristiani “inizino ad arrendersi. Nessuna di queste guerre - quella tra Iran e Iraq, quella del Kuwait, la guerra del 2003, la battaglia contro lo Stato Islamico - è stata una nostra guerra. Sono tutte motivate da cose che non hanno nulla a che fare con i cristiani iracheni. Eppure, negli ultimi 25 anni, abbiamo perso il 90% della nostra popolazione. Quelli rimasti qui non hanno più molta speranza”. Per lui, che vive in Iraq da sette anni, è chiaro che i cristiani ormai aspettano con rassegnazione il prossimo conflitto che li coinvolgerà. “La mia paura più grande – conclude – è che si inizi a perdere la speranza, e in realtà sta già accadendo. Le conseguenze saranno terribili, perché perderemo una delle prime comunità cristiane al mondo, una comunità che parla ancora la lingua aramaica. Ora siamo rimasti solo 130.000 nel Paese, su 46 milioni. Questo conflitto non farà altro che aumentare l'emigrazione e il rischio di scomparsa della comunità cristiana irachena”.
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