L’abate Schnabel: la guerra è depravazione pagata dagli innocenti
Stefan von Kempis – Città del Vaticano
L'abate Nikodemus Schnabel ha ben presente il momento in cui, sabato 28 febbraio, Israele e Stati Uniti hanno lanciato i loro bombardieri, in quel momento l'intera comunità dei monaci della Dormizione si trovava al Priorato di Tabgha, sul Mar di Galilea, a 170 chilometri da Gerusalemme.
"Da venerdì tenevamo lì le riunioni capitolari, è il parlamento dei monaci, per così dire. E l'atmosfera era addirittura un po’ speranzosa, perché, da febbraio di quest'anno, si era potuto di nuovo accogliere i gruppi di pellegrini provenienti dall'Europa occidentale e centrale. Era un barlume di speranza, il pensiero era che forse l’orizzonte si stesse schiarendo. Il turismo è particolarmente importante per la piccola minoranza, in Israele e Palestina, dei cristiani, di cui il 60 dipende, per il proprio sostentamento, dal turismo”.
Una fragile speranza infranta
I monaci del Monte Sion, a Gerusalemme, impiegano anche 24 dipendenti locali, come racconta l'abate Nikodemus, dal parcheggiatore al commesso del negozio dell'abbazia. "Venerdì scorso, il sentimento generale nelle nostre discussioni era: forse presto saremo di nuovo in grado di finanziare autonomamente il mantenimento e gli stipendi dei nostri dipendenti, grazie ai pellegrini… Questa, direi fragile, speranza è stata bruscamente infranta sabato mattina presto. Durante l'incontro, ha risuonato l’allarme antiaereo e siamo corsi al rifugio”. Ed è lì dentro che sono trascorse le due ore successive, per i monaci e per chi era con loro, i membri dello staff, volontari provenienti dagli Stati Uniti e da Hong Kong, suore filippine, un autista di autobus palestinese e un gruppo di pellegrini francesi in visita al luogo del miracolo dei pani e dei pesci. In totale, circa sessanta persone.
Preghiera e canti nel bunker
“Il bunker è davvero molto, molto, sicuro, avevamo sigillato accuratamente le finestre, tuttavia si sentivano i missili sparati, mentre il terreno tremava leggermente. Eravamo tutti consapevoli di ciò che stesse accadendo intorno a noi. Abbiamo cantato e pregato nel bunker in diverse lingue, pensando anche alle persone in Iran, ed è stata un'esperienza molto intensa. Una dei pellegrini festeggiava il suo 19mo compleanno, abbiamo cantato per lui in tutte le lingue possibili, e quindi, pur nella situazione in cui si era, è stata una bella esperienza, quella di essere una comunità di preghiera di persone che non si conoscono, ma che condividono questa speranza comune e le stesse radici nella fede e anche la preghiera per gli altri”.
La potenza dei Salmi
La preoccupazione verso il prossimo è soprattutto ciò che occupa, in questi giorni e in queste ore, i pensieri dell’abate che, tornato a Gerusalemme sabato, così come la maggior parte dei suoi confratelli, ha trovato le strade della Città Santa erano deserte. "Il nostro anno di studi teologici si svolge ovviamente a Gerusalemme, integrato da settimane di workshop islamo-cristiani. Questo significa che siamo effettivamente a Gerusalemme come comunità interreligiosa di studenti di teologia cristiani e islamici provenienti dalla Germania. E anche questa è un'esperienza interessante”. Nikodemus Schnabel intende rimanere a Gerusalemme e perseverare nella preghiera, anche nelle nuove difficili circostanze, poiché la "potenza dei Salmi" ora si percepisce in un modo completamente diverso, "dove le parole umane falliscono". "Abbiamo trasferito tutte le nostre preghiere nella nostra cripta, la chiesa inferiore, dove si ritiene sia avvenuta la morte di Maria, è molto ben protetta. Durante l'Eucaristia di domenica abbiamo sentito i missili balistici colpire vicino a Gerusalemme e questo ci fa davvero capire quanto sia piccolo il Paese".
Durante le intercessioni di domenica, i monaci dell'Abbazia della Dormizione hanno consapevolmente incluso nelle loro preghiere tutte le persone colpite, compresi i colpevoli e i potenti. "Vorrei poter consegnare personalmente ad alcune persone una croce di cenere con le parole del terzo capitolo della Genesi: "Ricordati, uomo, che polvere sei e in polvere ritornerai", perché alcune persone, ai miei occhi, dimenticano questa realtà, che sono esseri mortali con una data di scadenza."
La guerra ti strappa la maschera
Come cappellano, l'abate si sente fortemente messo alla prova. "La guerra ti strappa la maschera, ti ritrovi lì, completamente esposto, e l'armatura protettiva che indossi nella vita di tutti i giorni si frantuma. Poi sei lì, nelle tue paure, nelle tue preoccupazioni. È allora che ci si rende conto che la nostra principale vocazione è quella di essere lì come monaci, per ascoltare, offrire conforto, pregare con le persone". Così come accaduto durante l'ultima guerra contro l'Iran, nel 2025, anche questa volta un lavoratore migrante dalle Filippine è rimasto ucciso in un attacco di rappresaglia iraniano.
La guerra sporca
"Migliaia di questi lavoratori migranti, principalmente donne provenienti da Filippine, India e Sri Lanka, per lo più cattoliche, fratelli e sorelle nella fede, non vanno nei rifugi perché spesso lavorano come assistenti per anziani o disabili, e rimangono con le persone affidate alle loro cure. Per me, questo rivela la sporcizia e la depravazione della guerra, perché queste persone innocenti, questi schiavi moderni, pagano con la loro vita”. "Queste persone, create a immagine di Dio, sono dimenticate, non si fa molto per loro, e ora pagano con la loro vita”. In gran parte del Medio Oriente le persone soffrono e sono traumatizzate. La guerra distrugge vite e di certo non rende il mondo un posto migliore. "Trovo molto sconcertante quando la gente esulta o segue le notizie con così tanto entusiasmo: questa non è una partita di calcio, non è un evento sportivo in cui due nazioni si sfidano, la guerra è davvero sporca!" Martedì a mezzogiorno, la polizia si è presentata all'Abbazia della Dormizione e ne ha ordinato la chiusura. "Non ci è permesso rimanere aperti ma questo ci riesce difficile, perché ci sono ancora gruppi di pellegrini nel Paese che ora non possono andarsene. Ed erano grati che la nostra chiesa, la nostra mensa, il nostro negozio, fossero aperti e che noi, come monaci, fossimo lì. Eravamo come un'arca, un porto sicuro in questo oceano di sofferenza. E ora tutto ciò che possiamo fare è pregare per la gente, pregare come comunità. Mi addolora che non possiamo più essere questo luogo dove la gente sa che può pregare, riprendere fiato, ed essere al sicuro".
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