Pellegrini ad Assisi per le spoglie di San Francesco Pellegrini ad Assisi per le spoglie di San Francesco

Fra Cesareo: "Ad Assisi una bella umanità. Da Francesco non per turismo, ma per fede"

Il direttore dell'Ufficio comunicazioni del Sacro Convento di Assisi descrive ai media vaticani il flusso di pellegrini che da settimane si stanno recando a visitare le spoglie del Poverello, esposte per l’ottavo centenario del Transito. Un evento che non si ripeterà: “Trasformarle in un evento permanente o prolungato rischia di trasformarle in un idolo". "Tra le persone nessuno fa foto, nessuno parla e nessuno si distrae - spiega il frate - ma tutti gioiscono per l'incontro con il Santo"

Silvonei Protz – Città del Vaticano

Assisi è nel cuore del mondo in questi mesi di febbraio e marzo, con centinaia di migliaia di pellegrini che si stanno recando nella cittadina umbra per rendere omaggio a San Francesco visitando le sue spoglie, esposte al pubblico in occasione dell’VIII centenario del transito e dell’Anno Giubilare indetto dal Papa dedicato al Poverello. “È proprio un momento bello, si sente proprio che Francesco è vivo e chiama le persone”, dice ai media vaticani di cui è ospite fra Giulio Cesareo, OFMConv, direttore dell'Ufficio comunicazioni del Sacro Convento di Assisi.

Ascolta l'intervista a fra Giulio Cesareo

In questo momento ad Assisi ci sono tanti pellegrini di tante parti del mondo che forse vivono la prima e unica esperienza della loro vita di un incontro con San Francesco. Come sta andando questo momento?

È un momento bello. Le persone non vengono a fare turismo, non vengono a fare una scampagnata, ma vengono proprio per rispondere a un appello… E il loro atteggiamento lo rivela: c’è molta serenità, allegria, ma anche tanto raccoglimento. Ci sono circa 750, 800 persone che ogni mezz’ora attraversano la Basilica, dove si vedono i capolavori di Giotto e di Cimabue, dell’inizio dell’arte italiana e nessuno fa foto, nessuno parla, nessuno si distrae. Ognuno si sta preparando all’incontro con Francesco attraverso le sue reliquie. Questo è bellissimo, c’è una gioia che si manifesta a volte come lacrime, a volte come sorriso, a volte come allegria; quando si entra poi nel chiostro, che davvero fa tanto bene. Le persone ci ringraziano, non perché siamo bravi, ma perché è vero che è un dono che abbiamo condiviso con loro, Francesco. E lui ci fa sperimentare un’umanità bella, diversa da quella di cui spesso i media ci parlano. Spesso si parla di un’umanità ribelle, superficiale, violenta, ad Assisi stiamo accogliendo un’umanità solidale, paziente, gioiosa, rispettosa. È un dono di Francesco.

Le faccio una domanda: perché?

Perché Francesco è il Vangelo nella carne degli uomini, nella nostra carne. Francesco è proprio uno di noi, è nato come noi e in lui si vede che il Vangelo non è una cosa estranea a noi, ma che è la nostra identità, quello che ci fa fiorire. Quindi, mi sembra che tante persone vengono da Francesco perché, credenti o meno, sentono in lui il richiamo del Vangelo che non è un libro, ma una bella notizia. La notizia che siamo così tanto amati da essere capaci di amare. In questo modo lui ci attira a Gesù, che poi è il destino di ogni essere umano, che noi lo sappiamo o no, che lo accettiamo o meno. Credo che, alla fine, è questo il vero e unico motivo per cui Francesco suscita tanto interesse. In lui troviamo tante ispirazioni per le sfide attuali. Sfide che lui non aveva; ad esempio, il tema ecologico a quel tempo non c’era o comunque non era posto nei termini in cui è posto oggi. Da Francesco non c’è una risposta nel senso che lui pensava al problema dell’inquinamento, ma è così autentico da darci ispirazioni per vivere le nostre sfide. Lo stesso per il tema della pace che non si poneva nei suoi tempi come si pone oggi, poi il tema della fraternità, del dialogo. Eppure Francesco è un ispiratore. È come se fossimo nani sulle spalle di un grande gigante che è questo santo. E proprio perché siamo sulle sue spalle vediamo più lontano di lui…

Viviamo oggi un momento molto difficile tra guerre, violenze e sofferenze. Cosa ci dice in questo momento San Francesco?

Francesco è la prova - una prova storica, nel senso che ne parlano i libri di storia - che è possibile un’umanità non competitiva ma collaborativa, non individualista ma fraterna. San Francesco stesso è una persona comunitaria, un’identità comunitaria, cioè lui è in mezzo a noi perché ci sono generazioni di persone, uomini e donne, religiosi e non solo, laici, ecclesiastici, che da otto secoli si lasciano ispirare da Francesco per questo tipo di vita collaborativa e fraterna. Francesco è quindi una buona notizia lui stesso in questo nostro mondo conflittuale, perché ci dice che non è il destino questo, ma c’è un’alternativa a portata di mano. Francesco e il movimento che lui ha creato ne sono prova, attraverso di lui possiamo fare delle scelte che invertono questo stile di competizione e diventano collaborazione.

Quello che si sta vivendo in questo momento ad Assisi, con tanti pellegrini da tutte le parti del mondo, si può ripetere?

Nel senso che se riapriremo le spoglie di Francesco?  Non credo, e penso che sia giusto che non si ripeta perché Francesco è un segno. Francesco è per noi come quel seme che caduto in terra che, siccome è morto, ha portato molto frutto. Questo frutto è tutto quello che da lui ancora oggi prendiamo. Quindi in qualche modo tutte le persone che stanno venendo da Assisi, tutte le persone che si lasciano ispirare da Francesco, sono il frutto del Santo che continua a vivere in mezzo a noi. Anche le sue spoglie mortali per noi frati sono un po’ come la buccia del seme che è germogliato, che oramai è della Chiesa, è un albero nella Chiesa. Allora è bene guardare le bucce per ricordarsi che il seme è germogliato, è un albero! Però fissarsi sulle bucce, trasformarle in un evento permanente o prolungato rischia di trasformarle in un idolo, e questo penso che a Francesco non sarebbe gradito. Allora le sue reliquie sono il segno che chi si dona, chi si spende, si consuma, proprio per questo porta frutto. E questa è una benedizione per noi tutti che siamo chiamati a donarci ognuno nel suo ambito di vita, nel lavoro, nella famiglia.

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11 marzo 2026, 16:15