Caritas Ucraina e Caritas Italiana, l’aiuto nasce dalla fraternità
Svitlana Dukhovych - Città del Vaticano
Comprendere il significato della comunità non a parole, ma attraverso l’esperienza. Questo si sta realizzando grazie al progetto “Caritas from Identity to Action”, promosso da Caritas Ukraine (della Chiesa greco-cattolica) con il sostegno di Caritas Italiana, e avviato nel luglio 2025, con l’obiettivo di protrarlo fino all’ottobre 2026.
È stato il senso profondo della comunità che ha spinto le rappresentanti di Caritas Italiana ad affiancare i loro fratelli e sorelle in un Paese segnato da quattro anni di guerra. L’iniziativa vuole far sì che l’azione di Caritas non sia percepita soltanto come risposta ai bisogni immediati, ma come espressione di una identità ecclesiale e pastorale radicata nel Vangelo e nella promozione integrale della persona. L’obiettivo è rafforzare la capacità della rete Caritas Ukraine di operare in modo sempre più coerente con l’identità Caritas, attraverso un programma strutturato di formazione destinato a operatori e volontari.
Particolare attenzione è dedicata anche al rafforzamento del partenariato tra Caritas Italiana e Caritas Ukraine, segno concreto di comunione e solidarietà tra Chiese. Il progetto comprende inoltre sessioni di formazione online e in presenza, materiali didattici, una comunità di formatori, una guida di riflessione sull’identità Caritas e una biblioteca digitale di risorse. È un esempio tangibile di solidarietà, servizio e fede in azione, che dimostra come l’impegno condiviso possa sostenere chi più ne ha bisogno.
A Leopoli per rafforzare la comunità
«Più la comunità è viva, e più sa rispondere con le risorse di cui dispone ai bisogni delle persone», sottolinea nell’intervista ai media vaticani Paolo Valente, vicedirettore di Caritas Italiana, che recentemente ha guidato il corso formativo a Leopoli, nell’Ucraina dell’ovest. Il corso ha coinvolto circa 50 partecipanti provenienti da undici Caritas diocesane, con l’obiettivo di estendere il percorso a una decina di parrocchie per ciascuna diocesi. «Ci si concentra su ciò che vuol dire comunità. Il cristiano – continua Valente – è chiamato alla testimonianza della carità. Tutto parte da lì, compreso quel che riguarda la situazione politica, o la situazione economica contingente e, in questo caso, anche la situazione di guerra che vive l'Ucraina e purtroppo non solo l'Ucraina. L’approccio cristiano è quello dell’ascolto, del favorire la relazione, dell’aprire gli occhi, del costruire ponti anziché muri. Naturalmente, questo non viene fatto esplicitamente in questo progetto in relazione alla guerra, ma sicuramente pone le basi per un futuro che sia di pace giusta, sostenibile e duratura».
Valente evidenzia il coinvolgimento dei partecipanti «interessati a condividere domande e proposte, ad ascoltare l’esperienza italiana». “In Italia – spiega – ci sono più di 200 Caritas diocesane e ognuna fa storia a sé. Anche in Italia abbiamo bisogno di uno scambio continuo e anche di arricchirci di realtà più giovani di Caritas Italiana, che ci pongono delle domande». I rappresentanti di Caritas Ukraine hanno dimostrato anche molta concretezza nella ricerca di soluzioni a possibili problemi, per esempio, per le fonti di finanziamento. «Senza aspettarsi tutto dalle fonti esterne di finanziamento – afferma Valente – ho visto che ogni realtà è molto interessata a rimanere con una discreta autonomia e a dare sostenibilità alla progettualità».
Il vicedirettore di Caritas Italiana sottolinea pure che a Leopoli ha visto «la condivisione dell'approccio basato sulla comunità, secondo il quale non basta attuare dei progetti sociali in modo professionale e organizzato, ma è importante che questi progetti siano espressione di una comunità viva. Più la comunità è viva, e più sa rispondere con le risorse di cui dispone ai bisogni delle persone».
«Io – racconta Valente – sono uscito decisamente arricchito da questi due giorni a Leopoli e, a quanto mi hanno detto, anche i nostri amici ucraini sono stati contenti di questo incontro con Caritas Italiana. Che non si limita all'incontro con me, perché alcuni di loro erano già stati in Italia nell'ambito dei gemellaggi, altri hanno ospitato qualcuno in Ucraina e quindi gli scambi ci sono».
Da Kolomyia in Ucraina a Pescara: l’esperienza di gemellaggio
Nell'ambito del programma di gemellaggio della Caritas Italiana, a metà dicembre quattro rappresentanti di Caritas Kolomyia (Ucraina occidentale) hanno fatto visita alla Caritas di Pescara-Penne. Il direttore di Caritas Kolomyia, don Serhiy Tryfiak, che guidava il gruppo, ha sottolineato che questa visita ha rappresentato una tappa importante nel rafforzamento della collaborazione e dello scambio di esperienze. «I nostri partner – racconta ai media vaticani don Serhiy – ci hanno mostrato le loro attività e il programma formativo. Abbiamo partecipato a un incontro con i loro operatori e i volontari, condividendo esperienze e difficoltà. Il prossimo passo sarà il loro viaggio da noi, previsto per questa primavera». Il sacerdote greco-cattolico racconta che osservare il lavoro «così ampio e significativo di Caritas Pescara-Penne» gli ha permesso di apprezzare meglio il valore del proprio operato: «Ci siamo resi conto che anche ciò che facciamo nelle nostre comunità e nella nostra eparchia ha grande importanza».
Secondo don Tryfiak, la collaborazione con Caritas Pescara-Penne aiuterà a migliorare la sistematizzazione del lavoro di Caritas Kolomyia. «Noi – dice il sacerdote –promuoviamo iniziative per rispondere alle sfide che cambiano continuamente a causa della guerra. Per esempio, le difficoltà del 2024 sono molto diverse da quelle del 2026. L’esperienza dei nostri amici italiani può aiutarci a organizzare meglio il nostro operato, in particolare nel lavoro con le comunità. Loro gestiscono le comunità in diverse regioni in modo molto efficace, e vorremmo diffondere questo approccio anche da noi».
Per i rappresentanti di Caritas Kolomyia è stato significativo vedere che in Italia, un Paese con un livello di benessere relativamente alto, un’organizzazione come la Caritas sia comunque necessaria e svolga numerosi servizi. «Abbiamo visitato un centro per persone affette da HIV/AIDS e una struttura dedicata alle donne rifugiate: un lavoro immenso», racconta ancora don Serhiy. «È stato inoltre prezioso constatare come il team sia profondamente motivato dal desiderio di aiutare e ispirato dal messaggio evangelico. Questo è per noi fonte di grande ispirazione: ci ricorda che non siamo soli, soprattutto in un tempo difficile segnato dalla guerra, dalle sfide e dalle migrazioni».
La gratitudine reciproca
Corrado De Dominicis, direttore di Caritas Pescara-Penne, sottolinea che il gemellaggio con Caritas Kolomyia rappresenta per loro un’opportunità di conoscere più da vicino la realtà che si vive in Ucraina. «Una testimonianza diretta da parte di chi è colpito più duramente dalla guerra – osserva nell’intervista ai media vaticani – ci aiuta a comprendere meglio le difficoltà e le sfide quotidiane, ma anche la speranza che, nonostante tutto, deve continuare a essere coltivata in un tempo così difficile».
La visita del gruppo ucraino a Pescara è stata preceduta da alcune videochiamate. «Però – precisa De Dominicis – quando ci si vede faccia a faccia, la bellezza di guardarsi negli occhi e di condividere momenti come un pranzo o una passeggiata, tutto diventa un’occasione preziosa di crescita nell’amicizia. Credo che questa sia una delle grandi ricchezze della Chiesa cattolica». Il direttore ammette che è stato commovente sentire la testimonianza dei rappresentanti di Caritas Kolomyia, che hanno raccontato tutto quello che riescono, nonostante le difficoltà, a mettere in campo per le persone più fragili. «Nonostante la mancanza di sicurezza – ribadisce De Dominicis – la certezza viene dalla forza anche della fraternità, della solidarietà e delle tante attività che loro svolgono. Sapere che a non tanti chilometri da noi c'è tutta questa bellezza che spesso non viene tanto raccontata dai giornali e dai telegiornali o sui social media, è stato molto importante per tutti i nostri volontari e per tutti i nostri operatori. Quindi loro ci hanno tanto ringraziato, ma siamo anche noi a ringraziare loro della loro presenza e della loro testimonianza».
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