Le attività di una bambina accolta nella struttura Le attività di una bambina accolta nella struttura

Venezia, la "Casa Famiglia San Pio X" per bambini e madri vulnerabili

Nella città lagunare opera da oltre cento anni un luogo di accoglienza per donne e figli vittime di violenza, voluto dall'allora patriarca, il cardinale Aristide Cavallari, e sostenuto ancora oggi dalla carità cristiana

Alvise Sperandio - Venezia

Da oltre cento anni «Casa Famiglia San Pio X» a Venezia è casa e famiglia per le donne e i loro bambini, vittime di violenza. Un’esperienza per molti versi unica nel suo genere in Italia perché gestita da un gruppo di sposi, i “Familiari”, che assicurano la loro presenza e collaborano a pieno titolo con gli operatori. Sono state più di un migliaio le donne assistite dall’inizio di questa avventura di carità cristiana. L’istituto «Casa Famiglia» nasce il 19 marzo 1910 quando l’allora patriarca di Venezia, cardinale Aristide Cavallari, ne comunica la fondazione al suo predecessore, Giuseppe Melchiorre Sarto, nel frattempo divenuto Papa Pio X, che già l’aveva caldeggiata per ospitare ragazze madri e in difficoltà.

Testimoni dell'amore

L’istituto attraversa nel tempo le due guerre mondiali e varie difficoltà che rischiano di farlo capitolare ma resiste e riparte. Viene eretto come personale morale, diventa ente religioso, ha riconoscimento giuridico dallo Stato italiano. Dopo l’introduzione della legge sul divorzio, «Casa Famiglia» non accoglie solo ragazze madri ma giovani e donne in difficoltà con particolare riguardo a quelle gestanti, madri nubili e separate. Dal 1978 sono le suore dorotee a gestirla ma la grande svolta arriva nel 1990 quando il patriarca di Venezia, cardinale Marco Cé, affida la struttura alla Commissione diocesana della pastorale della famiglia affinché gli sposi siano testimoni concreti dell’amore che li unisce. Dopo un accordo di collaborazione sfiorato con la congregazione delle suore di Madre Teresa di Calcutta e l’aiuto dalle religiose e sorelle laiche della Piccola Famiglia della Visitazione di Bologna, nel 1999 la piena responsabilità amministrativa, economica e gestionale, passa a dieci coppie veneziane che fondano i “Familiari” sostenuti da due indimenticati sacerdoti: don Silvio Zardon e don Silvano Brusamento.

Le strutture

Oggi l’istituto si articola in «Casa Famiglia» in fondamenta Ponte Piccolo, alla Palanca dell’isola della Giudecca, un edificio storico di prima del Novecento dove si trova il nucleo originario che accoglie sei donne con bambini, più altre due in pronta accoglienza; il Centro per l’infanzia e la famiglia «Oltre le nuvole», ricavato dove in passato c’è stato un asilo poi chiuso; l’ala destinata al progetto housing «Abitare», quattro appartamenti di sgancio utili al recupero dell’autonomia e al reinserimento delle persone nella società, a cui si affiancano altri alloggi a prezzo calmierato all’esterno. Dal 2021 c’è poi a Mestre «Casa Taliercio», nome dato in memoria del direttore del Petrolchimico di Porto Marghera vittima delle “Brigate Rosse”, che ora si appresta a trasferirsi nell’ex convento della parrocchia di Sant’Antonio a Marghera dove potrà ospitare otto donne e i loro figli, con nuovi servizi integrati.

La nuova facciata della Casa Famiglia San Pio X
La nuova facciata della Casa Famiglia San Pio X

Un nuovo umanesimo    

Due sono le associazioni dei volontari: Amici di Casa Famiglia e Amici di Casa Taliercio. Lo staff al lavoro è composto da quaranta dipendenti: educatrici, assistenti sociali, operatori socio-sanitari, una psicologa, un counselor, una pedagogista. È un viaggio che unisce impegno civile e competenze professionali. «Casa Famiglia non ha l’articolo davanti e va scritta con iniziali in maiuscole, come per tutti i nomi propri di persone, perché ha questa particolarità: è una persona fatta di tantissime persone che gettano il cuore oltre l’ostacolo», spiega il presidente Roberto Scarpa che con la moglie Paola Vianello è coinvolto nel progetto sin dalle origini: «L’Istituto è l’esempio eclatante che la religione, quando è autentica, cioè liberata da pregiudizi dottrinali che la riducono a ideologia, è in grado di fornire un contributo di primo piano alla soluzione di un nuovo umanesimo. Un umanesimo che ha una rilevante ricaduta esistenziale, sia attraverso la delineazione di nuovi orizzonti, sia mediante un supporto alla fragilità e alla precarietà della condizione umana che tocchiamo con mano nel dolore di mamme e di bambini».

Valore economico attraverso valore sociale

Grazie all’organizzazione che fa capo ai “Familiari” oggi «l’attività di Casa Famiglia crea valore economico attraverso la creazione di valore sociale. Questa è l’unica soluzione per uscire dal capestro stretto al collo della nostra società, del profitto a ogni costo, con il doppio obiettivo di offrirci una vita ricca di significato e un sentiero per il successo sociale ed economico», sottolinea Scarpa, convinto che «la vita ha senso nella misura in cui facciamo tutto il possibile per non perdere l’umanità. Non siamo eroi ma, senza falsa modestia, possiamo dire di avere un fuoco dentro, stimolato dall’ingiustizia con cui siamo a contatto». Di fronte a vite segnate da un dolore profondo, “perché?” è la domanda che accompagna spesso gli sposi e gli operatori: «Ci basta il sorriso di un bambino o anche una sua lacrima. Ci basta compatire il dolore di una mamma prestandone la nostra spalla. Oppure ci basta riuscire, sempre con grande fatica, a garantire lo stipendio alle operatrici di Casa Famiglia e a fare in modo che tutto funzioni correttamente nel pieno rispetto delle leggi», osserva il presidente. «Le persone che ospitiamo spesso non sanno che farsene della nostra speranza. Hanno bisogno del permesso di soggiorno per poter lavorare, che la neuropsichiatria infantile prenda in carico subito i loro figli e non dopo mesi, che chi di competenza attivi per i loro bambini il sostegno a scuola con immediatezza, che i bambini stessi non perdano l’anno scolastico perché il padre non vuol firmare il nulla ossa di trasferimento; e così via. La nostra speranza è spesso sperare l’impossibile, è una speranza operaia immersa in un tessuto di disperazione. Quando conosci che cosa vuol dire disperare la tua speranza non resta progetto, non resta visione, ma diventa azione e mobilitazione. Diventa resistenza creativa».

Attività ricreative dei bambini nella Casa
Attività ricreative dei bambini nella Casa

Un balsamo per tutti

L’impegno a fianco di chi tanto ha sofferto si trasforma in un balsamo per tutti: per chi riceve l’aiuto e per chi lo dà. «In questi decenni abbiamo visto tante storie di riscatto. Penso, per me e mia moglie, alla donna col pancione che il 17 dicembre di diciotto anni fa suonò al campanello della nostra prima accoglienza. Da allora mamma e figlia, che oggi abitano in una casa tutta loro, sono diventate il prolungamento della nostra famiglia e insieme, ogni anno, festeggiamo quell’anniversario», racconta Scarpa con un’aggiunta: «Non ci troviamo qui per sentirci bravi o migliori degli altri. Dobbiamo crescere nella consapevolezza che qualsiasi piccola cosa cambiamo in noi la cambiamo nel mondo. Ogni piccolo atto di amore che riusciamo a compiere genera una corrente di vita che circola tra noi e attira le persone intorno. Non ci nascondiamo dietro a un dito: in questa fase la nostra esperienza di coppie responsabili di Casa Famiglia fatica ad attrarre altre persone in questo entusiasmante cammino di vita. Il nostro appello è affinché qualcuno possa presto aggiungersi partendo da un punto per noi fondamentale: non c’è dolore che non possa essere trasformato in gioia se incontra l’amore. Questo, alla fine, è Casa Famiglia San Pio X».

Una nuova alba

Un’esperienza speciale, uno spazio dove la vita può ricominciare dopo tanti marosi, con una nuova alba. E che ora è diventata anche un libro intitolato "Casa è famiglia. Storie e voci di Casa Famiglia San Pio X" (Neos Edizioni - Le Opinioni) a cura di Cristiano Dorigo e Caterina Schiavon, con la prefazione di Pietro Del Soldà e testi di approfondimento a cura di Elisabetta Baldisserotto, Paola Benvegnù, Moreno Blaschovic, Giovanna Brait, Paola Fattor e Rossella Giolo, presentato in un evento alle Procuratie di piazza San Marco con letture dell’attrice Ottavia Piccolo. «La grande intuizione è stata portare il progetto tra le famiglie, dove si parlava di famiglia per aiutare a guarire e ricostruire. Casa Famiglia è stata pioniera del nuovo modo di intendere la dottrina sociale della Chiesa», ha detto l’assessore al Sociale Simone Venturini: «Con tanta pazienza e amore, da qui si esce rinnovati con nuove energie, talenti e capacità per ricostruirsi una vita. La gratitudine di Venezia, e non solo, è grande».

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11 febbraio 2026, 10:00