Uganda, i salesiani al fianco degli sfollati di Palabek
Valerio Palombaro - Città del Vaticano
Nella regione dei Grandi Laghi attraversata da conflittualità e insicurezza, l’Uganda si propone come un modello di accoglienza. Per dare un futuro agli sfollati, al di là delle emergenze. Chi ben conosce la realtà dell’Uganda sono i missionari salesiani, presenti in questo Paese con cinque comunità. Dal centro per minori di Namugongo, alla periferia della capitale Kampala sulle sponde del Lago Vittoria, dove operano per reinserire nella società ragazzi di strada ed altre categorie vulnerabili; alla scuola tecnica e all’oratorio per i giovani di Kamuli, non lontano dal confine orientale con il Kenya; fino allo storico insediamento salesiano di Bombo, costruito attorno alla chiesa dedicata a Maria Regina dei martiri dell’Uganda; e ai centri gestiti ad Atebe nel nord. Sempre nel nord dell’Uganda la comunità salesiana è presente nel vasto campo profughi di Palabek, vicino al confine con il Sud Sudan.
Includere i profughi e dare loro un futuro
«Oggi qui ci sono 95.671 sfollati; oltre l’80 per cento sono donne e bambini», racconta ai media vaticani padre Hubert Twagirayezu, coadiutore salesiano nel campo di Palabek. Quasi tutti gli sfollati sono sud sudanesi che attraversano il confine meridionale a causa dell’instabilità in patria, mentre si contano circa 250 sudanesi e solo 50 persone fuggite dal conflitto che imperversa nell’est congolese. I flussi di rifugiati dal Sud Sudan stanno nuovamente aumentando: «Quando sono arrivato qua un anno fa — dice padre Hubert — c’erano 75.000 rifugiati, mentre ora sono oltre 95.000 e ogni settimana aumentano».
Le complessità dell'Uganda
L’Uganda è la nazione che accoglie più rifugiati in Africa e la terza al mondo, ospitando quasi 2 milioni di sfollati in particolare dal Sud Sudan e dal vicino est della Repubblica Democratica del Congo. Ma l’Uganda ha “due volti”: da una parte l’accoglienza e dall’altra il “pugno duro” del presidente Yoweri Museveni. L’ottantunenne capo dello Stato — appena eletto dopo il voto del 13 gennaio per un settimo mandato consecutivo, che in questi giorni presta giuramento come fece per la prima volta esattamente 40 fa il 29 gennaio 1986 — ha già delineato le priorità per i prossimi sette anni: creazione di ricchezza, eliminazione della povertà e miglioramento dei servizi pubblici. Proclami che arrivano in un Paese che prova a ripartire dopo giorni di repressione delle proteste e blocco di internet: il capo dell’esercito ugandese, il figlio di Museveni, Muhoozi Kainerugaba, ha annunciato l’arresto di oltre 2.000 sostenitori dell’opposizione e dell’uccisione di circa 30 di quelli che vengono definiti come “teppisti” o “terroristi”. In un contesto difficile come quello della regione dei Grandi Laghi, tuttavia, l’Uganda cresce dal punto di vista economico e, seppure permangono diseguaglianze e povertà, profonde un importante sforzo nell’accoglienza garantendo libertà di movimento e di lavoro, accesso a scuola e sanità, e in molte aree assegna piccoli lotti di terra per favorire l’autosostentamento degli sfollati.
Aiutare gli altri
«Siamo l’unica congregazione religiosa nell’enorme campo profughi di Palabek», ci racconta il coadiutore salesiano. Tre sono i preti, affiancati da due “fratelli”. «Non possiamo garantire la messa tutte le domeniche in ciascuna delle cappelle perché ci sono pochi preti», riconosce padre Hubert che, nato nel 1982 in Rwanda, ha avuto trasmessa la fede dal nonno catechista. «I miei genitori sono morti quando avevo 7 anni, prima della guerra rwandese: sono stati mio nonno e mia nonna a crescere me, i miei due fratelli e mia sorella. Tutte le sere dicevamo una preghiera». Padre Hubert è ormai da diversi anni in Uganda e sente una vocazione nel dare un sostegno ai più vulnerabili: «Come sono stato orfano io e sono stato aiutato molto nel corso della mia vita, devo a mia volta aiutare gli altri». «Dal 2019 nel campo di Palabek abbiamo aperto una scuola tecnica per i giovani di cui io sono il direttore — afferma —. Ospitiamo gli sfollati insegnando loro professioni come agricoltura, costruzioni e carpenteria. Le donne che vengono qua possono lasciare i bambini in una sorta di asilo allestito per permettere loro di frequentare i corsi».
La dignità di tutti gli esseri umani
I salesiani gestiscono anche quattro scuole in cui vengono accolti circa 800 bambini ogni anno. «In una di queste c’è anche un progetto di sostegno ai minori disabili», sottolinea il religioso, secondo cui un’altra azione portata avanti dai salesiani è legata specificamente all’agricoltura, «per insegnare a coltivare un appezzamento di terreno o ad allevare gli animali». L’obiettivo che accomuna tutti questi progetti è quello di dare una dignità nel presente e, possibilmente, nel futuro agli sfollati. «Se uno gira a Palabek vede molti giovani seduti sui cigli delle strade che non sanno dove andare — racconta —. Non hanno futuro. Molti fanno uso di alcool e droga. Noi cerchiamo di dare loro gli strumenti per creare il loro futuro. Nel campo ci sono molte organizzazioni che offrono lavori, ma per farli bisogna avere le capacità». Nel corso degli anni i salesiani a Palabek hanno formato migliaia di persone. «Abbiamo un gruppo WhatsApp con cui rimaniamo in contatto. Molti rifugiati ora sono inseriti lavorativamente fuori dal campo e questa è una grande soddisfazione», afferma padre Hubert che conclude con un appello: «Preghiamo tutti i giorni per la pace, per il Sud Sudan ma non solo, affinché venga alleviato il dolore dei più vulnerabili che vediamo soffrire tutti i giorni».
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