Cerca

Monsignor Pavlo Honcharuk, ordinario di Kharkiv-Zaporizhzhia Monsignor Pavlo Honcharuk, ordinario di Kharkiv-Zaporizhzhia

Ucraina, il vescovo Honcharuk: “Nella tragedia, molti sono al servizio di tanti”

L’ordinario di Kharkiv-Zaporizhzhia racconta il fondamentale impegno portato avanti dalla sua diocesi accanto alle persone colpite dalla guerra: “Dio è presente, anche in mezzo a questa sofferenza. Lo vediamo agire attraverso la solidarietà di molti”

Svitlana Dukhovych – Città del Vaticano

A quattro anni dall’inizio della guerra, per molte diocesi ucraine si è reso necessario portare avanti, accanto al servizio pastorale e alla preparazione ai sacramenti, un altro importante impegno: l’aiuto umanitario alle persone colpite dalla violenza. Così è stato anche per la diocesi di Kharkiv-Zaporizhia, dove quasi ogni parrocchia si è trasformata anche in un centro della Caritas, lo conferma ai media vaticani il vescovo Pavlo Honcharuk.

Eccellenza, come è cambiata la struttura della diocesi dall’inizio dell’invasione russa su larga scala?

Dall’inizio dell’invasione russa, la struttura amministrativa della curia è rimasta sostanzialmente invariata e continua a operare come prima della guerra. Anche i decani e i sacerdoti, dove possibile, proseguono il loro servizio pastorale. Tuttavia, alcune parrocchie – in città come Mariupol, Berdiansk, Melitopol, Bakhmut, Pokrovsk e in altre località particolarmente colpite – hanno dovuto sospendere le attività, sia a causa della partenza dei sacerdoti, sia perché interi centri abitati sono stati distrutti. In luoghi come Bakhmut e Maryanka, infatti, le città stesse sono state praticamente cancellate. Nelle altre zone, invece, la vita ecclesiale continua. Oltre al servizio pastorale e alla preparazione ai sacramenti, un altro importante ambito di impegno – che oggi occupa il secondo posto dopo la pastorale – è diventato l’aiuto umanitario alle persone colpite dalla guerra. Quasi ogni parrocchia è diventata anche un centro di Caritas, offrendo sostegno materiale e accompagnamento alle famiglie in difficoltà, oltre a collaborare nelle operazioni di evacuazione. I sacerdoti si trovano così al cuore non solo della vita spirituale delle comunità, ma anche dell’organizzazione concreta degli aiuti per chi è nel bisogno.

Monsignor Pavlo Honcharuk con Papa Leone XIV il 18 giugno 2025
Monsignor Pavlo Honcharuk con Papa Leone XIV il 18 giugno 2025

Quali cambiamenti ha subito il servizio pastorale in questo periodo di guerra?

In generale, la pastorale rimane il compito fondamentale del sacerdote. Egli deve assicurare la celebrazione della Santa Messa, la confessione, la Comunione, la catechesi e la formazione di coloro che frequentano la chiesa, si convertono e desiderano conoscere Dio. Questo servizio è svolto dai sacerdoti insieme ai catechisti e ai fedeli laici. Essi offrono anche sostegno ai familiari dei militari e agli stessi soldati. Per quanto riguarda i fedeli, le parrocchie sono profondamente cambiate. Alcune sono scomparse insieme all’intera città; in altre, il 50% o addirittura il 95% delle persone è partito. Prima del 2014, quando è iniziata la guerra, la nostra diocesi contava 72 mila fedeli; oggi ne rimangono circa 2.500. Si tratta di un cambiamento molto significativo. Molti sono emigrati all’estero, altri sono al fronte. Accade spesso che, ad esempio, in un centro Caritas su 100 volontari solo il 4% sia costituito da cattolici, che rappresentano però il nucleo portante dell’attività. Situazioni simili si riscontrano anche nelle parrocchie, con conseguenze evidenti. Non è più possibile svolgere la pastorale come prima del 2014 o del 2022. Molte famiglie sono partite, perciò la pastorale familiare è quasi assente. La catechesi dei bambini è molto limitata, anche perché spesso non possono partecipare per motivi di sicurezza. La guerra ha imposto molte restrizioni. D’altro canto, già durante la pandemia di Covid erano iniziate le trasmissioni online delle Messe, con la guerra queste sono aumentate. In molte chiese è attiva la diretta streaming, che permette a chi vive all’estero di rimanere unito, almeno in questo modo, alla propria comunità. Molti esprimono gratitudine per la possibilità di partecipare online alla vita della propria parrocchia, pregare e ascoltare la preghiera in lingua ucraina.

Oltre ai due compiti del sacerdote di cui ha parlato – la cura pastorale e l’aiuto umanitario – vi sono altri incarichi che la guerra ha posto davanti al clero?

Tra questi vi è anzitutto il servizio dei cappellani militari. Inoltre, i sacerdoti di parrocchia, insieme ai religiosi e alle religiose, cercano di approfondire la loro conoscenza delle conseguenze della guerra: come essa incida sui militari, sulle famiglie, sui bambini, sugli orfani, sulle vedove. Questa formazione è necessaria per comprendere come accompagnarli e servirli nel modo più adeguato. Per i sacerdoti che amministrano il Sacramento della Confessione è fondamentale saper discernere, comprendere cosa dire e come valutare determinate situazioni: se un’azione costituisca peccato oppure no. Per questo motivo, il clero in tutta l’Ucraina sta oggi investendo molto nella propria formazione e qualificazione, per poter rispondere in modo responsabile alle nuove sfide poste dalla guerra.

Come viene organizzata concretamente questa formazione? Ci sono specialisti e risorse sufficienti?

La diocesi dispone di una Scuola di cappellania militare: un percorso di due anni, articolato in dieci moduli. Proponiamo anche la preparazione per gli operatori: un ciclo annuale di cinque moduli che offre una formazione di base. Sono stati inoltre promossi forum online per il clero e messe a disposizione conferenze registrate da psicologi e psicoterapeuti cattolici, in particolare nell’ambito della psicologia militare. Anche nelle parrocchie si tengono incontri per diffondere maggiore consapevolezza. Gli specialisti non sono molti, ma sono presenti. All’inizio della guerra sono arrivati specialisti anche dall’estero; tuttavia, la realtà ucraina si è rivelata in molti aspetti senza precedenti e richiede uno studio sul campo. La guerra, infatti, coinvolge l’intero Paese: non esiste un luogo completamente sicuro, e questo incide su tutta la popolazione. Le situazioni sono molteplici e diverse – militari, ex prigionieri, vedove, orfani, famiglie ferite – e ciascuna porta con sé traumi profondi, segnati dall’esperienza costante del pericolo di morte, che trasforma la persona nel modo di pensare, reagire e vivere. Anche chi è emigrato all’estero vive tensioni interiori: la preoccupazione per la patria, il senso di sradicamento, la difficoltà di condividere una vita “normale” mentre il proprio Paese soffre. Tutto questo richiede un attento discernimento per comprendere le cause dei comportamenti e offrire un accompagnamento adeguato. Per questo la formazione è in continuo aggiornamento: il programma elaborato nel 2021 per la pastorale militare è già stato modificato più volte, perché le circostanze cambiano rapidamente. A differenza di altri contesti, qui non si tratta di un esercito che combatte lontano da casa: l’intera società vive e subisce la guerra. Di conseguenza, anche l’esperienza di altri Paesi può offrire solo un aiuto parziale. In questo scenario i sacerdoti sono chiamati a comprendere a fondo ciò che accade nel cuore delle persone – le reazioni di aggressività, le paure, i comportamenti inattesi – per saper rispondere con prudenza, ascolto e presenza.

Monsignor Pavlo Honcharuk.
Monsignor Pavlo Honcharuk.

Eccellenza, nella vostra diocesi passa la linea del fronte. Come si decide se un sacerdote debba continuare il suo servizio in un luogo pericoloso o se debba lasciare?

Sin dall’inizio della guerra ho detto chiaramente a tutti i sacerdoti e religiosi della diocesi: chi ha paura, o trova difficile restare, ha il diritto di andarsene. Coloro che oggi servono qui lo fanno perché hanno scelto di rimanere. Attualmente ci sono due luoghi dove i sacerdoti operano molto vicino alla linea del fronte. Io sono sempre in contatto con loro e sanno che, in caso di grave pericolo, devono evacuare. Se invece un sacerdote decide di restare, è una scelta personale. Io stesso vado a trovarli, verifico la situazione e tento di offrire il mio sostegno. Per loro è molto importante sentire il supporto del vescovo, e per me è fondamentale vedere direttamente in quali condizioni si trovano. Potrei ordinare a un sacerdote di andarsene, ma se lui vuole restare per servire i militari e i fedeli cattolici che difendono la patria, offrendo confessioni e sostegno, allora rimane come cappellano militare, aiutando e accompagnando chi combatte. Ci sono parrocchie con un solo sacerdote che serve due chiese: in una non ci sono più fedeli, nell’altra sono rimasti soltanto in due. Ma ci sono anche parrocchiani provenienti da altre comunità che difendono il Paese, e lui è disposto a rimanere per servire anche loro. Quanto durerà questa situazione? Lo vedremo, perché tutto cambia molto rapidamente.

In circostanze come queste, tra pericolo costante di morte e vulnerabilità umana, dove trova personalmente la presenza di Dio?

Il Signore dà forza interiore, desiderio e sostegno per portare il peso di quanto accade intorno a noi. Trovo la mia vera fonte in Dio, perché solo su di Lui ci si può davvero appoggiare. Il mondo è pieno di illusioni di stabilità, sicurezza e giustizia; la guerra ne smaschera queste illusioni e mostra che, in realtà, non ci si può affidare solo agli uomini. Ma in tutto questo emerge qualcosa di più grande: la presenza vicina di Dio, che accoglie, consola e fa sentire il suo amore. In questa esperienza di amore divino ci si sente “al proprio posto”, non in senso geografico, ma perché si è a casa, ovunque ci si trovi. Dio dona il senso di casa: in qualsiasi luogo, è possibile sentirsi a casa grazie al suo grande amore. Questo dà la forza per vivere e portare avanti il proprio servizio. Osservo che anche i sacerdoti e le religiose che sono rimasti, si fondano su questo stesso pilastro spirituale. Tutto il resto richiede discernimento: capire i bisogni, affrontare e superare le paure, trovare soluzioni, riconoscere le proprie debolezze. Spesso ci si trova di fronte a decisioni complesse, quando non si sa quale sia la scelta giusta: in questi casi si sceglie ciò che sembra migliore. È uno sforzo enorme, non solo mentale, ma anche emotivo e fisico. Ma tutto poggia sulla dimensione dello spirito, sulla relazione con Dio. Non è facile né semplice; ogni giorno è una lotta, e ogni giorno bisogna continuare a vivere.

Quali sono i maggiori rischi per lo sviluppo spirituale di una persona in tempo di guerra?

Il rischio principale, non solo per me ma per chiunque, è non trovare tempo per Dio. I problemi esterni e le difficoltà sono così “urlanti” che ci allontanano dalla presenza di Dio. Il pericolo è gettarsi completamente nel lavoro e nel servizio – servire e aiutare senza sosta – dimenticando la propria anima. Possiamo dare agli altri solo Dio, non noi stessi, perché altrimenti ci esauriamo rapidamente. Quando sentiamo di non poter più trasmettere Dio agli altri, è il momento di fermarsi, perché continuare diventerebbe dannoso. È fondamentale trovare sempre tempo per l’incontro con Dio: stare davanti a Lui, davanti al Santissimo, condividere preoccupazioni e difficoltà. Solo così, quando andiamo dagli altri, stiamo “dietro” a Cristo, permettendo a Lui di agire attraverso di noi. Come quando vogliamo tirare qualcuno fuori da una difficoltà, dobbiamo prima essere ben saldi, tenendoci stretti a Dio. Solo così possiamo diventare testimoni della sua azione e vivere la gioia di partecipare al suo operare nella vita degli altri.

Eccellenza, purtroppo la guerra su larga scala dura ormai da quattro anni. C’è stanchezza, c’è il rischio della disperazione. Qual è il messaggio che vorrebbe trasmettere oggi come pastore, a nome dei suoi fedeli e del clero?

Per me, il tempo della guerra che stiamo vivendo mostra cosa accade quando l’uomo allontana Dio dal proprio cuore: il cuore svuotato di Dio diventa causa di grande sofferenza, dolore e conflitto. La guerra esiste perché Dio è stato scacciato dai cuori degli uomini. Eppure Dio è presente, anche in mezzo a questa sofferenza. Lo vediamo agire attraverso la solidarietà di molti: persone che aiutano, che si prendono cura, che si mettono al servizio degli altri. Un esempio concreto è una volontaria originaria della Slovacchia che adesso vive nella regione di Transcarpazia (ovest dell’Ucraina): dall’inizio della guerra lei ha compiuto oltre 110 viaggi di 1.400 km per portare da noi aiuti. Come direbbe una metafora: se ci mettiamo con le spalle al sole, non vediamo la rugiada. Ma se ci voltiamo verso di essa, vediamo tante gocce che irrigano la terra. Allo stesso modo, in mezzo a tanta tragedia, ci sono innumerevoli gesti di bontà che arrivano ai cuori feriti, portando conforto e sostegno. Dio ci chiama a essere come questa rugiada: a irrigare, consolare e sostenere chi soffre. Posso testimoniare che Dio è presente: attraverso le persone che fanno il bene, nelle chiese, e vicino a chi lo cerca. Chi si rivolge a Lui sente di essere amato, trova forza e, grazie a questa forza, può servire gli altri e pregare anche per chi porta sofferenza. La tragedia nasce quando l’uomo ignora Dio: chi rifiuta la sua presenza semina distruzione nel proprio cuore e in quello degli altri. Se poi possiede potere, soldi o armi, questa mancanza di Dio può portare alla rovina di intere comunità. La guerra nasce nel cuore, e la pace nel mondo comincia nel cuore di ciascuno. Ognuno di noi deve interrogarsi: sono seme di bene e di pace, o di qualcosa di diverso?

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

22 febbraio 2026, 11:00