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Ucraina, Santa Sofia a Kyiv: simbolo di fede e resistenza di un popolo

In un tempo di guerra e di sofferenza, la cattedrale millenaria è un faro nella vita della nazione. La direttrice del Complesso Nelia Kukovalska, che nei giorni scorsi ha salutato Papa Leone dopo un’udienza generale: in questi anni drammatici il luogo sacro è diventato un centro di unità di tutte le confessioni cristiane

Svitlana Dukhovych – Città del Vaticano

Oggi la vita degli ucraini è quotidianamente esposta a una reale minaccia, sia a causa dei bombardamenti missilistici e dei droni, sia per la crisi energetica che compromette le condizioni fondamentali dell’esistenza. Allo stesso tempo, l’invasione russa su larga scala non colpisce solo le persone, ma prende di mira anche il patrimonio del popolo ucraino: la sua memoria storica, i simboli culturali e i luoghi della spiritualità. Tra le espressioni più alte di questa eredità vi è il Complesso Nazionale di Santa Sofia di Kyiv, che va ben oltre il valore di un monumento architettonico o di un museo. Nel corso dei secoli, la Cattedrale di Santa Sofia è stata testimone di svolte storiche, guerre e rinascite, custodendo significati profondi che hanno plasmato la società ucraina. Oggi la sua tutela assume un valore particolare: non solo come difesa del patrimonio culturale, ma anche come affermazione del diritto del popolo ucraino alla propria storia, alla propria cultura e al proprio futuro.

Di come questo luogo simbolo operi in tempo di guerra, delle principali sfide che il suo management e i suoi collaboratori sono chiamati ad affrontare e del ruolo spirituale e culturale che la Cattedrale di Santa Sofia svolge in questo tempo tragico per l’Ucraina, ha parlato in un’intervista ai media vaticani la Direttrice generale del Complesso Nazionale di Santa Sofia di Kyiv, Nelia Kukovalska.

Il saluto di Leone XIV a Nelia Kukovalska
Il saluto di Leone XIV a Nelia Kukovalska

Gratitudine per Papa Leone

Mercoledì scorso, 28 gennaio, Kukovalska, insieme a rappresentanti del Movimento Internazionale Femminile «Per i Valori della Famiglia», ha partecipato all’udienza generale nell’Aula Paolo VI in Vaticano. Al termine dell’incontro, le partecipanti della delegazione ucraina hanno avuto l’opportunità di parlare personalmente con Leone XIV. Hanno ringraziato il Papa per i suoi appelli a sostegno del popolo ucraino, vittima dell’aggressione russa, sottolineando quanto le sue parole e azioni siano importanti per gli ucraini. A ricordo di questo incontro, Nelia Kukovalska ha donato al Papa un volume su Santa Sofia di Kyiv e un’edizione facsimile del libro di preghiere di San Volodymyr il Grande in antico ucraino.

«Nella prima settimana della guerra – racconta la direttrice – ho ricevuto una telefonata da alte autorità del governo ucraino che mi hanno avvertito di un possibile attacco russo contro Santa Sofia. Per me e per i miei colleghi è stata una notizia sconvolgente, che ci ha spinto immediatamente ad attivarci. Ci siamo uniti, abbiamo cominciato a fare telefonate, scrivere lettere ai colleghi in Europa e nel mondo, chiedendo di schierarsi in difesa di questo monumento. Perché Santa Sofia è il centro della nostra spiritualità, della nostra statualità, della scienza e della cultura. Tutta la nostra storia è Santa Sofia. È un simbolo della nazione ucraina».

Nelia Kukovalska (al centro) nella Cattedrale di Santa Sofia di Kyiv. A sinistra il nunzio Visvaldas Kulbokas
Nelia Kukovalska (al centro) nella Cattedrale di Santa Sofia di Kyiv. A sinistra il nunzio Visvaldas Kulbokas

Cercando la normalità dentro la guerra

Costruita nell’XI secolo, negli anni del principe Jaroslav il Saggio, la Cattedrale di Santa Sofia di Kyiv è uno dei più antichi e importanti monumenti cristiani dell’Europa orientale. Nei suoi mosaici e affreschi millenari si custodisce la memoria del battesimo della Rus’ di Kyiv e delle profonde radici cristiane del popolo ucraino. Nei primi mesi della guerra, tuttavia, il Complesso fu costretto a chiudere. «Non lavoravamo, eravamo chiusi, – ricorda Kukovalska. – Molti dipendenti furono costretti a lasciare il Paese, ma già dall’estate del 2022 abbiamo iniziato, pian piano, ad aprire i musei del Complesso. Dal primo maggio ero tornata stabilmente al lavoro e ho detto ai colleghi emigrati: chi desidera rientrare, lo faccia entro il primo luglio. Riprendiamo un’attività regolare». La risposta fu commovente: su 240 dipendenti, solo due non sono tornati. «Tutti gli altri hanno compreso che il loro lavoro, in un tempo così difficile, serve a custodire il nostro santuario sacro, simbolo della nazione».

Il pericolo, tuttavia, non è mai cessato. Kukovalska ricorda come il 10 ottobre del 2022 durante un massiccio attacco missilistico sulla capitale, alcune esplosioni avvennero a meno di un chilometro dalla Cattedrale. «Eravamo molto preoccupati, ma, grazie a Dio, la fitta urbanizzazione e le mura di Santa Sofia hanno protetto il monumento dalle vibrazioni più forti». Fin dall’inizio dell’invasione russa, la direttrice aveva riunito architetti, ingegneri e restauratori per studiare misure di protezione: le parti più vulnerabili furono rinforzate con sacchi di sabbia, grazie anche all’aiuto della comunità culturale di Kyiv.

La Cattedrale, una “rivelazione”

Con il tempo, il lavoro del Complesso è stato profondamente riorientato. In assenza del turismo internazionale, l’attenzione si è rivolta ai cittadini di Kyiv, agli sfollati interni e alle delegazioni umanitarie straniere. «Oggi tutti i leader internazionali che visitano l’Ucraina vengono a Santa Sofia. Ed è una grande gioia per me. Qui – afferma la Kukovalska – raccontiamo loro la storia autentica dell’Ucraina, spesso sconosciuta a causa dei cliché della storiografia russa. Quando la ascoltano, per molti è una rivelazione. L’Ucraina è stata una grande potenza, strettamente legata all’Europa. Era parte dell’Europa». Per questo, secondo la direttrice, è importante correggere una narrazione diffusa: «Oggi si dice spesso: “Stiamo andando verso l’Europa”. Ma in realtà noi siamo in Europa da secoli. Ora stiamo semplicemente tornando formalmente a casa». Santa Sofia, con la sua storia millenaria che risale all’epoca di Jaroslav il Saggio, testimonia in modo concreto questo legame profondo tra l’Ucraina e la tradizione europea e cristiana.

Accanto ai più giovani

Accanto al ruolo diplomatico e simbolico, il Complesso ha intensificato anche le attività educative e culturali. «Abbiamo realizzato molti progetti per i bambini e ragazzi. Mi riempie di gioia – confida la Kukovalska – vedere i bambini correre nel cortile. Sono nati nuovi progetti museali ed espositivi, ma anche nuove tradizioni». Tra queste, una le sta particolarmente a cuore: il ripristino di una cerimonia che affonda le radici nell’epoca di Jaroslav il Saggio, ovvero la consegna delle lettere credenziali degli ambasciatori al presidente dell’Ucraina all’interno di Santa Sofia. «Avevo tentato di reintrodurre questa tradizione anche sotto precedenti presidenze, senza però riuscirci. Solo il presidente Zelenskyj ha accolto questa proposta con grande rapidità». Si tratta, sottolinea la direttrice, di una cerimonia di grande valore simbolico: «È un momento molto bello, che mostra ai nostri ospiti da dove ha inizio la loro missione in un Paese come l’Ucraina».

Un’altra tradizione che la esprime la dimensione spirituale dell’antica cattedrale, è la cerimonia di conclusione della formazione dei cappellani militari di tutte le confessioni: ortodossi, cattolici di entrambi i riti, protestanti. «Lavoro costantemente perché Santa Sofia non appartenga a una sola confessione. È un luogo policonfessionale – sottolinea la direttrice – e fin dai primissimi giorni della guerra, mentre su Kyiv volavano aerei e missili, rappresentanti di diverse Chiese si riunivano qui per pregare per l’Ucraina. Mi rende felice vedere come Santa Sofia sia diventata un centro di unità per tutta l’Ucraina».

Tracce antichissime

Il Complesso ospita l’Istituto di ricerca “Santa Sofia”, dove gli studiosi hanno studiato a fondo le grafiti presenti sulle mura, alcuni risalenti al 1018-1019. «Conosciamo la storia soprattutto dai cronisti, che però spesso – spiega la Kukovalska – venivano riscritti secondo interessi particolari. I graffiti, invece, restano una testimonianza autentica sulle pareti. Abbiamo esaminato circa 7.500 graffiti: preghiere, benedizioni, contratti. Ci sono anche tanti disegni di bambini perché già nell’XI secolo qui funzionava una scuola, fondata dalla principessa svedese Ingegerd, moglie di Jaroslav il Saggio».

Santa Sofia conserva anche le tracce delle figlie di Jaroslav, come Anna, diventata regina di Francia, ed Elisabetta, regina di Norvegia. Kukovalska racconta: «Quando ho mostrato a Macron il nome “Ana”, scritto da Anna stessa sulle mura, è rimasto affascinato. Ho consegnato il facsimile del Vangelo di Reims, e oggi è una sorta di libro condiviso tra i presidenti di Ucraina e Francia». Anche altre delegazioni europee scoprono legami storici poco noti: l’Ungheria, la Svezia, la Norvegia, l’Armenia e persino la Germania hanno trovato connessioni storiche e culturali con Santa Sofia.

Durante la guerra, il Complesso ha creato un hub logistico per aiutare quasi mille musei in tutta l’Ucraina, fornendo materiali per evacuazione e restauro. «La nostra esperienza ci ha insegnato a vedere la nostra missione in modo diverso. Oggi – conclude la Kukovalska – comprendiamo ancora meglio il valore della tutela del patrimonio. Lavoro in questo settore da 25 anni e mai come ora sento quanto sia essenziale».

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04 febbraio 2026, 16:34