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Ucraina, nel quarto anniversario dell'invasione russa persone osservano un momento di silenzio davanti al memoriale di Irpin Ucraina, nel quarto anniversario dell'invasione russa persone osservano un momento di silenzio davanti al memoriale di Irpin 

Ucraina, il nunzio: tra le ceneri della guerra manteniamo uno sguardo di speranza

L’arcivescovo Visvaldas Kulbokas fa un bilancio di quattro anni di conflitto: sono cresciute le vittime e adesso vengono colpiti tutti, compresi medici e soccorritori. Siamo grati per gli aiuti e confidiamo nei segnali positivi perché “Dio opera anche quando le persone non costruiscono la pace”

Svitlana Dukhovych - Città del Vaticano

Prima si “riusciva ad allestire dei punti di soccorso negli scantinati”, ma ora “non è più possibile perché ogni edificio viene attaccato”. Più si è vicini al fronte e più si è costretti a “scavare circa cinque o sei metri sotto terra per non venire colpiti dai continui attacchi dei droni”. Basta una descrizione per capire la fragilità di un Paese, l’Ucraina, che dopo quattro anni di guerra - mentre missili e droni martellano - cerca di resistere ogni giorno e ogni metro pur di strappare un po’ di sicurezza e di vita al dominio della precarietà. Ma l’arcivescovo e nunzio apostolico Visvaldas Kulbokas racconta anche altro. Delle persone che “cercano di non avere uno sguardo concentrato solo sulle sofferenze” ma uno attento ai “germi di speranza” che si possono intravedere nei negoziati di pace. E più ancora un cuore in sintonia con quello di Leone XIV e col suo appello a “non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire”.

Eccellenza, quattro anni sono trascorsi dall’invasione russa su larga scala dell’Ucraina…

Quattro anni di una guerra di così ampie dimensioni sono tanti. E l’intensità di questa guerra sta continuando a crescere. Ho guardato anche le statistiche: rispetto a quattro anni fa, le forze militari russe sul territorio ucraino sono aumentate di circa quattro volte. Anche gli attacchi con missili e droni sono aumentati di tre o quattro volte in questi anni. I rapporti delle Nazioni Unite e di altri organismi specificano che è in crescita anche il numero di vittime tra la popolazione civile. All’inizio della guerra la maggior parte dei civili morti o feriti si trovava nei territori occupati oppure vicino alla linea del fronte. Adesso sta crescendo il numero di civili uccisi o feriti lontano dal fronte. L’Onu specifica che il 35% dei civili morti e feriti si trova su tutto il territorio ucraino.

Quindi gli attacchi si verificano anche lontano dalla linea del fronte…

Sì, il numero più grande di vittime si è verificato in un solo bombardamento l’anno scorso a Ternopil, una città che è molto lontana dal fronte. L’anno scorso ci sono state molte vittime civili nella capitale Kyiv. Oltre venti ambasciate hanno subìto dei danni più o meno gravi. La Nunziatura apostolica ha subìto dei danni lievi nel luglio dell’anno scorso. Ma, per esempio, non resta quasi nulla dell’ambasciata dell’Azerbaigian, perché ci sono stati ben tre attacchi, nonostante il presidente Aliyev abbia segnalato con precisione alle autorità russe dove si trovi l’ambasciata.

Cosa riescono a fare gli operatori sanitari di fronte a tanti bombardamenti?

Parlavo giorni fa con un medico che dedica la sua vita per soccorrere i feriti vicino al fronte. Mi diceva che all’inizio della guerra nel 2022-2023 riusciva ad allestire dei punti di soccorso negli scantinati, nei piani inferiori delle case e degli edifici. Adesso, dice, questo non è più possibile, perché ogni edificio viene attaccato. Quando si avvicina alla linea del fronte, lì sono obbligati a scavare circa cinque o sei metri sotto terra per non venire colpiti dai continui attacchi dei droni. Inoltre è molto difficile l’evacuazione dei feriti. Mi ha raccontato che a volte bisogna attendere fino a sette giorni per riuscire ad evacuare un ferito. E fa molto freddo: le temperature sono scese a meno venti gradi sotto zero, con conseguenze gravissime.

In queste condizioni si riescono a far arrivare gli aiuti umanitari?

Ho chiesto a un responsabile della Croce Rossa Internazionale se ancora riescono a portare gli aiuti umanitari nelle vicinanze della linea del fronte e mi ha detto che purtroppo sono stati obbligati a diminuirli molto significativamente, perché tutti vengono colpiti indistintamente: civili, militari, operatori umanitari, medici, sacerdoti. Quindi è molto complicato portare acqua, cibo, medicinali e altri generi di prima necessità. Questa è la realtà.

Cosa si può fare?

Io ripeto che abbiamo bisogno di tanta preghiera. Ma non dimentichiamo che la Russia è un Paese membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ha la responsabilità di promuovere la pace e la giustizia. Ricordiamo anche il memorandum di Budapest siglato nel 1994: Russia, Stati Uniti e Regno Unito avevano promesso all’Ucraina garanzie per la sua sovranità e integrità territoriale. E poi il Trattato del 2003 tra Russia e Ucraina con il riconoscimento reciproco dei rispettivi confini, per non parlare poi degli accordi di Minsk. Quindi, c’è questa difficoltà, anche mia, di capire come si possa uscire da questa violenza che dà soltanto l’impressione di crescere e di rafforzarsi. Proprio per questo senso mi affido molto alla preghiera.

Ci sono tanti esempi di resilienza in questa situazione drammatica…

Sì, per esempio, qualche settimana fa è stato dal Santo Padre, in udienza generale, un gruppo di donne di un’associazione interconfessionale che promuove preghiera e assistenza umanitaria. Ho incontrato queste donne al ritorno da Roma e mi ha colpito la loro riflessione. Dicevano: “Noi ci concentriamo su ciò che riusciamo a fare. Quando c’è una ragazza ferita, cerchiamo una protesi se ha perso un braccio. Altrettanto cerchiamo protesi per un militare ferito o per i bambini. E cerchiamo di portarli fuori dal Paese perché riposino per un po’. Almeno riusciranno a dormire la notte”. E aggiungevano una riflessione: “È inutile adesso accusare tutti i russi, perché non sappiamo che cosa faremmo noi se vivessimo in quella stessa realtà politica, con quella propaganda”. Loro non sono focalizzate su un giudizio di condanna, ma si sono concentrate su ciò che riescono a fare di positivo.

Nota anche in altre persone questo modo di reagire a tanta devastazione?

Questo lo noto anche tra i civili. Un ambasciatore mi ha raccontato che, dopo l’ennesimo bombardamento della notte a Kyiv, aveva annullato tutti i suoi appuntamenti della mattina. Normalmente gli attacchi con missili e droni avvengono di notte perché è più difficile intercettarli e quindi chi attacca spera di colpire e di ottenere un effetto più devastante. Tuttavia l’ambasciatore, guardando dalla finestra la mattina, ha visto che la gente era già per strada per andare a lavorare, chi in macchina, chi a piedi. E questo ha detto che per lui è stato un grande insegnamento. Le persone cercano di non avere uno sguardo concentrato solo sulle sofferenze. Anzi, ringraziano Dio per quello che riescono ad avere.

Che appello vuole lanciare?

Vorrei incoraggiare tutti a sostenere l’Ucraina, soprattutto, nel senso spirituale. Questo significa preghiera, presenza umanitaria, solidarietà, vicinanza del cuore. Leggevo alcuni giorni fa la lettera del Santo Padre al presbiterio dell’Arcidiocesi di Madrid. Papa Leone di fronte a situazioni complesse, invitava a imparare a leggere con profondità il momento che si vive, riconoscendo alla luce della fede le sfide e le possibilità che il Signore apre davanti a noi. Bisogna esercitarsi nel discernimento - diceva - “in modo da poter percepire con maggiore chiarezza ciò che Dio sta già operando, spesso in modo silenzioso e discreto”. Dio opera anche quando le persone non costruiscono la pace. Sempre Papa Leone, nel Mercoledì delle Ceneri, diceva che possiamo “sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra”, possiamo sentire “le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli”, come se non rimanessero più le basi del vivere comune. Però le ceneri sono umane, invece da parte di Dio viene sempre la speranza, perché quando non agiscono le persone prende l’iniziativa Lui, Dio. Così, diceva il Papa, possiamo “non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire”.

Quali sono le prospettive oggi, a quattro anni dall’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina?

Il nostro compito è quello di scorgere, anche adesso, dei germi di speranza nelle trattative che si svolgono tra l’Ucraina e la Russia, con l’aiuto degli Stati Uniti e di altri Paesi, anche se questi negoziati sono molto limitati perché ci sono enormi difficoltà. Quando ci affidiamo di più al Signore diventiamo capaci di scorgere questi segni di speranza con gli occhi spirituali, anche in mezzo a tutte queste ceneri e alle cattiverie umane, alla mancanza di rispetto e alla mancanza di fiducia. In questo senso, ritengo che il più grande aiuto che la Chiesa possa offrire alla popolazione ucraina sia soprattutto quello spirituale: aiutare tutti, me compreso ad aprire lo sguardo per non concentrarsi soltanto sul male che vediamo e sperimentiamo ogni giorno, ma mantenere uno sguardo pieno di speranza. Quanta più speranza si trasmette con la preghiera, con la vicinanza, con i consigli, con la presenza – questo è molto importante – tanto più essa diventa un dono. Si tratta di portare una speranza coltivata nel proprio cuore. Come dicono anche i cappellani militari: “Il nostro compito è portare la speranza ai militari, perché spesso nel campo di battaglia ne rimane ben poca. Il nostro compito è donare quella speranza divina che supera i limiti umani”. Perciò, ripeto, possiamo offrire soprattutto queste due cose: la preghiera e la speranza spirituale.

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24 febbraio 2026, 11:01