Ostensione ad Assisi, Accrocca: san Francesco attrae il mondo oggi come ieri
di monsignor Felice Accrocca*
Cifre da record, non c’è che dire: l’ostensione di quel che resta del corpo di san Francesco d’Assisi ha fatto sì che — finora, perché i numeri potrebbero crescere ancora — rispondessero all’appello 370mila persone, mentre 416 volontari hanno deciso di donare una parte più o meno lunga del loro tempo per consentire (affiancando i frati) che l’evento possa svolgersi nel migliore dei modi. E tutto ciò, direbbe qualcuno, solo per vedere un mucchietto d’ossa. Vero! Ma è altrettanto vero che quel mucchietto d’ossa ci rimanda a un’esperienza di vita cristiana che da otto secoli non cessa d’affascinare uomini e donne d’ogni condizione e latitudine geografica.
C’è un aspetto, però, sul quale è opportuno riflettere, in un tempo come il nostro posto sotto la tirannia dell’immagine, dell’apparire. Un corpo, è indubbio, è pur sempre un corpo, e tanto meglio se bello e ben proporzionato, poiché l’attrattività fisica può fare la differenza. Il Medioevo non sfuggì a tale fascino e bisogna dire — onestamente — che quello di Francesco non era certo un corpo fatto per attrarre.
Tommaso da Celano, il primo a dare un ritratto del Santo, non si fece scrupoli a descriverlo «di statura mediocre, piuttosto piccola, testa regolare e rotonda, il viso un po’ ovale e proteso, fronte piana e piccola, occhi neri, di misura normale e pieni di semplicità, capelli pure oscuri, sopracciglia diritte, naso giusto, sottile e diritto, orecchie dritte ma piccole, tempie piane, lingua mite, bruciante e penetrante, voce veemente, dolce, chiara e sonora, denti uniti, uguali e bianchi, labbra piccole e sottili, barba nera e rada, collo sottile, spalle dritte, braccia corte, mani scarne, dita lunghe, unghie sporgenti, gambe sottili, piedi piccoli, pelle delicata, magro, veste ruvida, sonno brevissimo, mano generosissima». Una descrizione dettagliata e veritiera, come rivela il riferimento alla sua statura che contrastava apertamente con il topos dell’eroe bello e alto, preponderante nell’agiografia e nelle descrizioni dei grandi protagonisti della storia.
Altri accenni, sparsi nelle fonti, finiscono per convalidare il ritratto del primo agiografo del Santo. Ruggero di Wendover († 1236), monaco dell’abbazia inglese di S. Albano, lo descrisse così: «L’abito sformato, il volto spregevole, la barba lunga, i capelli incolti, le sopracciglia nere e pendenti». Tommaso da Spalato, che vide Francesco predicare a Bologna, si espresse nei suoi confronti in modo nient’affatto convenzionale: «Portava — affermò — un abito sudicio; la persona era spregevole, la faccia senza bellezza».
I Fioretti, che pur non godono di una certa autorevolezza quale fonte per la storia di Francesco (altro è il discorso del loro valore da un punto di vista spirituale e letterario), convergono in questa direzione, rivelando come Francesco, «prendendo frate Masseo per compagno, prese il cammino verso la provincia di Francia. E pervenendo un dì a una villa assai affamati, andarono, secondo la Regola, mendicando del pane per l’amore di Dio; e santo Francesco andò per una contrada, e frate Masseo per un’altra. Ma imperò che santo Francesco era uomo troppo disprezzato e piccolo di corpo, e perciò era riputato un vile poverello da chi non lo conosceva, non accattò se non parecchi bocconi e pezzuoli di pane secco, ma frate Masseo, imperò che era uomo grande e bello del corpo, sì gli furono dati buoni pezzi e grandi e assai e del pane intero».
In definitiva, quello di Francesco non fu un corpo avvenente, né si può dire egli curasse la propria immagine. Ciononostante, ottenne effetti sorprendenti, tanto che, di fronte a lui, Masseo finiva per sentirsi spiazzato da una sorta di legge del contrappasso: benché fosse fisicamente avvenente — il che nel mondo doveva avergli procurato aderenze e favori — egli si trovava infatti a fare i conti con un uomo privo di quei canoni solitamente capaci di procurare gradimento e successo, ma che tuttavia godeva di un ampio seguito popolare, adulato com’era e lodato da tutti. Un comportamento inatteso, che il frate non sapeva spiegarsi, restando talmente interdetto da dire un giorno a Francesco: «Perché a te tutto il mondo viene dirieto e ogni persona pare che desideri di vederti e d’udirti e d’obbidirti? Tu non se’ bello uomo del corpo, tu non se’ di grande scienzia, tu non se’ nobile; onde, dunque, a te che tutto il mondo ti venga dietro?».
Già, perché tutti continuiamo, ancor oggi, ad andargli dietro? Francesco non fu certo quel che si direbbe un “palestrato”, non curò la propria immagine, non sottopose il suo corpo a continue violenze nel tentativo di fermare le tracce dell’invecchiamento che l’avanzare dell’età inevitabilmente produce e si rendono visibili sul volto della persona; non impose al proprio corpo stress motivati dall’ansia di prestazione favorita da quella che ho definito la dittatura dell’immagine, dell’apparire… Stress ai quali il corpo finisce peraltro per ribellarsi, rendendo ancor più evidenti i segni che accompagnano l’avanzare del tempo e che si vorrebbero invece nascondere.
Eppure, quel corpo continua ad attrarre intorno a sé uomini e donne d’ogni età e condizione, come una calamita attrae il ferro e — oggi come ieri — il mondo continua ad andargli «dirieto», come disse allora lo sbigottito frate Masseo. Ciò evidenzia, tra l’altro, che la persona non vale per come appare, per l’auto che guida o l’abito che indossa, ma per ciò che è e per ciò che riesce a dare di sé agli altri. Evidenzia, per utilizzare le stesse parole del Santo, che «quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più», poiché una persona ha valore nella misura in cui è capace di fare della propria vita un dono ai fratelli. È la riprova di quanto un giorno il Signore disse a Samuele, inviato a Betlemme a scegliere un nuovo re al posto di Saul: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore» (1 Samuele 16,7). Uno schiaffo al sentire diffuso, che dovrebbe farci riflettere. Sapremo cogliere il messaggio che queste ossa ancor oggi gridano al mondo?
* (vescovo eletto delle Diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e Foligno)
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