Cerca

PeaceMed a Istanbul PeaceMed a Istanbul 

PeaceMed a Istanbul: la pace non è un ideale, può essere appresa e praticata

Il progetto di Caritas italiana vede riunite in Turchia le Caritas e oltre 30 organizzazioni della società civile provenienti da 19 Paesi differenti del Mediterraneo, del Medio Oriente e del Corno d’Africa. Attenzione puntata sui giovani per dar vita una rete permanente di cooperazione e dialogo

Cecilia Seppia – Città del Vaticano

Un segno concreto di collaborazione transnazionale che supera i confini geografici, culturali, religiosi per traghettare il mondo fuori dai conflitti proponendo un cambio di mentalità, una possibilità di dialogo con le istituzioni  e la realizzazione di una rete solida di alleanze. Si chiama PeaceMed il progetto nato a fine 2024, per volontà di Caritas italiana, che coinvolge le Caritas nazionali e le organizzazioni della società civile di un gran numero di Paesi dell’area mediterranea, del Medio Oriente e del Corno d’Africa, che oggi fa tappa ad Istanbul, in Turchia, per un incontro dedicato al rafforzamento della cooperazione per la pace nel Mediterraneo.

La pace non è un ideale astratto

“Il bene comune è una condizione indispensabile per una pace reale e durevole”, ha detto monsignor Sabri Anar, vescovo caldeo, presidente di Caritas Turchia, aprendo i lavori di questo nuovo incontro di PeaceMed che conclude la parte formativa dei partecipanti. “La pace - ha aggiunto - non può esistere senza giustizia, senza rispetto della dignità umana, senza l’accesso equo alle risorse e senza l’accettazione delle nostre differenze”. Il direttore, padre Petru Varga, ha poi ribadito la disponibilità di Caritas Turchia a contribuire attivamente allo sviluppo della rete PeaceMed, definendola "un passo concreto verso una partnership più profonda”. La consigliera dell’organismo caritativo, Alice Testa, ha parole di incoraggiamento: “L’approccio concreto del progetto consentirà di formare operatori di pace in grado di gestire e trasformare i conflitti in modo non violento e di costruire una rete permanente di cooperazione e dialogo nel Mediterraneo”. “La pace non è un ideale astratto, ma un’abilità che può essere appresa, praticata e trasmessa”, è la convinzione espressa dal direttore di Rondine Cittadella della Pace, Mauro D’Andrea. Formazione e creazione di un network sono le assi portanti di PeaceMed che è un progetto di pace concreta sia per le azioni, sia per i territori coinvolti, legati da storie comuni intrise di tensioni, crisi e guerre, spiega ai media vaticani Paolo Valente, vice-direttore di Caritas italiana, raggiunto in Turchia.

Ascolta l'intervista a Paolo Valente

“Il tema della pace non è solo teoria, ma è una necessità esistenziale. Perciò nell'ultimo anno abbiamo insistito sulla formazione, perché l'intento è quello di formare delle persone capaci di portare nelle proprie organizzazioni, un know-how necessario alla gestione dei conflitti, e alla trasformazione di questi ultimi in opportunità e in occasioni di crescita. Ora comincia la fase 2 del nostro progetto. Si tratta di pensare a un’architettura regionale strategia e politica, quindi dalla formazione all’azione. Decisive saranno la continuità temporale, l’evitare la frammentazione, e lavorare per la creazione di un ecosistema della pace”.

I partecipanti a PeaceMed
I partecipanti a PeaceMed

Formare alla cooperazione

Di fatto un ponte che attraversi e una rete che avvolga il Mediterraneo, con la convinzione che la pace è elemento integrale di ogni progettualità. Il percorso comune – con incontri residenziali a Cipro e Roma e ora in Turchia, e con momenti di formazione curati da Rondine, Cittadella della Pace – ha finora costruito relazioni, fiducia e visioni condivise. Cofinanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, PeaceMed rappresenta un esempio di come la cooperazione possa tradursi in azioni concrete per comunità più coese e inclusive. Incoraggiato sia da Papa Francesco che da Leone XIV, il progetto, nei mesi passati, ha investito sulle competenze delle organizzazioni, offrendo strumenti e metodologie per formare educatori alla cooperazione, al dialogo e all’integrazione regionale. Particolare attenzione è stata dedicata ai giovani, riconosciuti non solo come destinatari, ma come protagonisti dei processi di pace e di sviluppo sostenibile.

Richiamo alla responsabilità

Non è un caso che sia stata scelta Istanbul, città plasmata dall’incontro e dalla convivenza tra fedi, culture e tradizioni secolari, per questa tappa di PeaceMed che mira a definire la governance di un network  per la promozione della pace. “Noi siamo qui alla frontiera tra l'Europa e l'Asia - prosegue Valente - in un Paese strategico con mille contraddizioni dove oltretutto la presenza cristiana è piccolissima ma significativa sia per la sua storia che per la sua presenza e la sua testimonianza di oggi, quindi certamente la nostra presenza qui, nel luogo scelto da Papa Leone come tappa del suo primo viaggio apostolico, assume un senso diverso, ed è anche un richiamo alla responsabilità. Ma non era un caso nemmeno quando ci siamo incontrati a Cipro dove abbiamo vissuto l'esperienza del confine e anche le contraddizioni di quel tipo di realtà, sono tutti luoghi che segnano ancora di più la missione di PeaceMed”.

Terreni comuni

Diversi i terreni di azione concreta che PeaceMed vuole bonificare e preparare alla semina del seme buono della pace. “Il tema principale - afferma il vice direttore di Caritas Italia - è quello del nemico: in tutti questi Paesi ma anche in altri luoghi del mondo vale oggi la logica ‘dell'amico-nemico’, che porta a proiettare molte delle proprie contraddizioni e lotte, sui nostri vicini di casa, anziché incontrarli su un piano di comune dignità umana e fratellanza. Ecco, noi lavoriamo in questa logica di voler trasformare il nemico in un partner, in una persona come noi, con cui possiamo stringere delle alleanze e aiutarci reciprocamente, che poi in definitiva è la logica del Vangelo. Può sembrare impossibile, ma noi sentiamo qui persone che arrivano dall'Iran, dalla Siria, dalla Palestina che parlano in questi termini, già sentire le loro testimonianze e il loro desiderio di fratellanza fa bene al cuore. E ci dice che attraverso un’adeguata formazione possiamo diventare tutti artigiani di pace”.

I partecipanti a PeaceMed
I partecipanti a PeaceMed

Una chiamata all'azione 

La 'call to action' di PeaceMed è verso la società civile nelle sue varie sfaccettature, ma certamente per i cristiani è una ‘chiamata’ ancora più sentita. “In alcuni Paesi - sottolinea Valente - c'è il timore che i cristiani facciano del proselitismo, ma oggi direi che finalmente tutti hanno compreso che non si tratta di fare proseliti, ma si tratta di annunciare una buona notizia, che Dio è amore e questo dà valore alla presenza anche piccolissima dei cristiani in ogni parte del mondo. Al di là delle appartenenze religiose, delle tradizioni, poter dare questa notizia, cioè che l'amore può diventare la norma e la misura delle relazioni tra le persone, questo credo che sia una necessità di tutto il mondo”. PeaceMed lavora proprio sulla tutela dei diritti umani conclude Valente: “La prima parola di Papa Leone quando è stato eletto al Soglio di Pietro, è stata ‘pace’, e la ripete ogni volta con forza, l’ha detta anche quando ci ha salutato all’Angelus in Piazza San Pietro lo scorso 2 novembre, quindi ci sentiamo fortemente in sintonia con il cammino della Chiesa e del Santo Padre, perché noi tutti vogliamo un mondo senza più odio e bombe e il rispetto dei diritti umani è condizione necessaria alla pace”.

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

28 febbraio 2026, 08:30