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Interno della Basilica del Sacro Cuore, a Castro Pretorio Interno della Basilica del Sacro Cuore, a Castro Pretorio

Nello snodo di Termini, "l'architettura dello spirito" nella basilica del Sacro Cuore

Domenica 22 febbraio il Papa visiterà la parrocchia salesiana a Castro Pretorio, seconda tappa del suo itinerario romano: una chiesa nata nella stagione postunitaria, a ridosso della stazione ferroviaria più importante della città, dove urbanistica ottocentesca e programma figurativo si definiscono con rigore

Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano

A pochi passi dalla Stazione Termini, nel rione Castro Pretorio, la basilica del Sacro Cuore si inserisce nel quadrante orientale della Roma divenuta capitale dopo il 1870. Qui la città si struttura secondo assi rettilinei e isolati compatti, in prossimità delle Terme di Diocleziano e delle Mura serviane, in un punto in cui antico e moderno convivono senza mediazioni scenografiche.

Tra stazione, mura e terme

Il campanile si colloca in un sistema di masse ben riconoscibili. Da un lato la Stazione Termini, con le sue linee bianche e tese, una superficie liscia che riflette la luce e la distende. Su un lato, come un taglio, affiorano i resti delle Mura serviane. Poco oltre, la massa delle Terme di Diocleziano: murature poderose, laterizio scurito dal tempo, volumi che assorbono la luce.
Dietro questo diaframma si allarga la maglia ottocentesca: assi rettilinei, isolati regolari, edilizia pensata per la Roma ministeriale. Il Sacro Cuore, che attende Leone XIV domenica 22 febbraio, si inserisce qui, senza competere con le rovine, né con la modernità della stazione. Il campanile sale sopra le coperture e la statua dorata di Cristo emerge per contrasto: per vibrazione più che per dimensione. La foglia d’oro intercetta il sole e si accende anche da lontano, distinguendosi dal bianco levigato della stazione, dal bruno delle terme e dalle cromie irregolari dei palazzi.
È una presenza che si percepisce prima ancora di metterla a fuoco. Un punto luminoso dentro un sistema di volumi antichi e linee moderne. Chi arriva la vede stagliarsi sopra i tetti; chi parte la trattiene come ultima immagine.

Particolare della facciata della Stazione Termini, progettata da Leo Calini ed Eugenio Montuori, vista dalla sommità della basilica del Sacro Cuore.]
Particolare della facciata della Stazione Termini, progettata da Leo Calini ed Eugenio Montuori, vista dalla sommità della basilica del Sacro Cuore.]

Committenza e costruzione

La chiesa fu voluta da Pio IX e condotta a compimento grazie all’impegno di Giovanni Bosco; venne consacrata il 14 maggio 1887. Il progetto fu affidato a Francesco Vespignani (1842-1899), architetto formatosi nell’ambiente accademico romano e attivo nei cantieri pontifici della seconda metà dell’Ottocento, interprete di un classicismo di matrice rinascimentale tradotto in forme misurate e leggibili. La facciata alterna travertino e rosso mattone: un basamento orizzontale esteso per tutta la larghezza del fronte stabilisce un appoggio saldo sulla strada; sopra si eleva un corpo centrale gerarchizzato, più stretto rispetto alla base e sviluppato in altezza, concluso dal timpano. La superficie in travertino, uniforme e chiara, si distingue nettamente dalle campiture in laterizio e, alla luce piena, appare quasi compatta. L’impianto privilegia la stabilità compositiva rispetto all’effetto sorpresa, coerentemente con l’intento di radicare un presidio ecclesiale nel nuovo quartiere amministrativo.

Spazio e programma figurativo

L’interno è costruito su un impianto leggibile: tre navate divise da colonne monolitiche di granito, asse longitudinale netto, transetto che amplia lo spazio senza torsioni prospettiche. Il programma pittorico segue una scansione teologica precisa: profeti lungo la navata, episodi evangelici legati alla Misericordia, il trionfo del Sacro Cuore nella cupola. L’altare maggiore concentra la visione e l’orientamento simbolico dell’edificio.

Una delle Camerette di Don Bosco in una foto d'epoca.
Una delle Camerette di Don Bosco in una foto d'epoca.

Don Bosco

Nel maggio del 1887 Don Bosco celebrò qui una delle sue ultime Messe. Le cronache ricordano le pause e le lacrime che interruppero la liturgia, come il racconto di don Eugenio Ceria: “Quella mattina Don Bosco volle scendere in chiesa per celebrare all'altare di Maria Ausiliatrice. Non meno di quindici volte durante il divin sacrifizio si arrestò, preso da forte commozione e versando lacrime. Don Viglietti che lo assisteva, dovette di quando in quando distrarlo affinché potesse andare avanti”. In quell’istante sembra concentrarsi il significato dell’edificio: una presenza pastorale stabile nella nuova capitale.

Una presenza nella città moderna

Edificata nel pieno della trasformazione della nuova capitale, la basilica occupa ancora il nodo urbano per cui fu concepita. La sua forza sta nella chiarezza dell’impianto e nella coerenza del programma.

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21 febbraio 2026, 11:30