La grotta dell’Annunciazione a Nazaret (foto: Custodia di Terra Santa) La grotta dell’Annunciazione a Nazaret (foto: Custodia di Terra Santa)

Nazaret, qui il Verbo si è fatto carne

Nella città della Galilea, dove la popolazione rappresenta una grande ricchezza religiosa, e nei luoghi sacri dove Cristo trascorse gran parte dei primi trent’anni della Sua vita

di Francesco Patton

Nazaret, nota come Natzrat in ebraico e an-Nasira in arabo, rappresenta oggi una realtà urbana complessa e affascinante, incastonata tra le colline della Galilea. Con i suoi circa 80.000 abitanti, detiene il primato di più grande città araba all’interno dei confini dello Stato di Israele. La sua composizione demografica riflette una ricchezza religiosa unica: circa un terzo della popolazione è di fede cristiana, suddivisa tra greco-ortodossi (la metà circa), cattolici di rito latino (cattolici romani) e greco-melchita, maroniti, copti, anglicani e luterani. La parrocchia latina locale (nata nel 1620), con i suoi 9.000 fedeli, è la più numerosa di tutta la Terra Santa. Da qualche anno, purtroppo, la popolazione locale soffre per problemi di criminalità e violenza interna alla comunità arabofona. Di recente ciò ha portato anche a manifestazioni pubbliche di protesta da parte della gente che vede scarsamente attive le forze dell’ordine quando si tratta di garantire la sicurezza nelle comunità di lingua araba.

Dal punto di vista urbanistico, Nazaret forma un agglomerato unico con la moderna Nof HaGalil che significa “Panorama della Galilea” (prima chiamata Natzrat Illit cioè Nazaret Superiore), città israeliana a maggioranza ebraica. Nonostante lo sviluppo urbanistico piuttosto caotico la città, per il suo significato dentro l’economia della salvezza, continua ad essere “la perla della Galilea”, come amavano dire i pellegrini medievali (cfr. H. Fürst – G. Geiger, Terra Santa: Guida francescana per pellegrini e viaggiatori, Terra Santa Edizioni, MI, 20182, pp. 119-142/1021).

Il silenzio dei secoli e l’esordio evangelico

È singolare notare come Nazaret sia totalmente assente dalle pagine dell’Antico Testamento e dai testi degli storici classici. Il silenzio delle fonti suggerisce che, in antichità, il villaggio fosse di scarsa rilevanza, tanto da suscitare lo scetticismo di Natanaele nel Vangelo di Giovanni: «Da Nazaret può venire qualcosa di buono?» (Gv 1,46).

Tuttavia, è proprio con il Nuovo Testamento che la città entra prepotentemente nella storia universale e soprattutto nella storia della salvezza. Qui, come recita la scritta antistante l’altare nella Grotta dell’Annunciazione, il Verbo si è fatto carne. Qui è avvenuto il miracolo col quale Dio, incarnandosi, ha colmato l’infinita distanza che lo separava da noi. Qui, nel grembo della Vergine Maria, fin dal primo istante del concepimento di Gesù, ha cominciato ad abitare corporalmente tutta la pienezza della divinità (cfr. Col 2,9). Qui Gesù trascorse buona parte dei primi 30 anni della sua vita terrena, nel “nascondimento” operoso di un villaggio periferico, semisconosciuto e in buona parte disprezzato. I Vangeli di Luca, Matteo e Marco ci restituiscono frammenti di questa quotidianità: la sottomissione ai genitori (cfr. Lc 2,51), la crescita in sapienza, età e grazia (cfr. Lc 2,40. 52) e il lavoro manuale come “figlio del falegname” (cfr. Mt 13,55 e Mc 6,3). Questi trent’anni di vita ordinaria hanno consacrato ogni angolo della città come spazio sacro, dove il Figlio di Dio è cresciuto, ha imparato a leggere le Scritture e pregare, ha imparato a lavorare. Il tutto all’interno di una famiglia ebraica del I secolo, che lo ha introdotto nelle tradizioni e nella religiosità del suo popolo, come ha compiutamente illustrato p. Frédéric Manns ofm (cfr. F. Manns, L’ebreo di Nazaret, ETS, 2019).

Nazaret, la Basilica dell'Annunciazione
Nazaret, la Basilica dell'Annunciazione   (Copyright (c) 2025 Richard Mandalora/Shutterstock. No use without permission.)

Le fondamenta della storia: l’evidenza archeologica

Le indagini archeologiche condotte nel XIX e XX secolo, in particolare quelle di Fra Benedict Vlaminck ofm (1892) e p. Prospero Viaud ofm (1907-1909), poi quelle di p. Bellarmino Bagatti ofm (1955), quindi quelle di p. Eugenio Alliata ofm, frati minori appartenenti a varie generazioni di archeologi dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, hanno permesso di ricostruire il volto del borgo antico; le loro pubblicazioni sono la base per la conoscenza scientifica del luogo da un punto di vista archeologico. La Nazaret del tempo di Cristo sorgeva su un pendio all’interno della conca naturale, precisamente nell’area oggi sovrastante il santuario e il convento francescano. Gli scavi hanno riportato alla luce un insediamento rurale tipico dell’epoca: case in pietra integrate da grotte scavate nella roccia, scale interne, cisterne per l’acqua e silos per le granaglie. Sebbene manchino riferimenti scritti pre-cristiani, i reperti ceramici testimoniano una continuità abitativa che risale al II millennio a.C. (cfr. https://www.custodia.org/it/santuari/nazaret-basilica-dellannunciazione/).

Al centro di questo sito si trova la Grotta dell’Annunciazione. Le prime cronache scritte di una chiesa sono tarde, risalenti al 570 d.C. circa, con il pellegrino di Piacenza, che riporta: “La Casa Santa è una basilica, ed ivi si ottengono molte grazie dalle sue vesti” (cfr. Antonini Peregrini Itinerarium 5, in: Migne, PL, LXXII, col 901). Il pellegrino di Piacenza aggiunge anche la curiosa informazione che le donne di Nazaret sono le più belle e attribuiscono la loro bellezza al fatto di avere un legame di parentela con la Vergine Maria.

Di un secolo successiva (670 ca) è la testimonianza di un altro pellegrino, un vescovo franco di nome Arculfo, che parlando di Nazaret ricorda: “Ivi sono state costruite due grandi chiese, una, al centro della città, fondata su due archi, dove una volta era stata edificata la casa in cui fu nutrito il nostro Signore e salvatore… L’altra chiesa è fabbricata nel luogo dove era stata costruita la casa in cui l’Arcangelo Gabriele, entrato dalla beata Maria e trovatala sola, parlò con lei” (cfr. Adamnano di Iona, De Locis Sanctis, II, 26, in: Migne, PL, LXXXVIII, col 801). Tuttavia, i dati archeologici indicano la presenza di luoghi di culto molto più antichi.

La Basilica dell’Annunciazione: un ponte tra epoche

L’attuale Basilica, progettata dall’architetto Giovanni Muzio e consacrata il 25 marzo 1969, solennità dell’Annunciazione, dal cardinale Gabriel-Marie Garrone, è un monumento che sintetizza duemila anni di fede. La sua struttura in cemento armato è concepita a forma di giglio rovesciato e funge da scrigno che custodisce le stratificazioni precedenti.

Al livello inferiore si trova il cuore pulsante del santuario che custodisce il mistero dell’Incarnazione. La chiesa inferiore è un ambiente di penombra e raccoglimento, focalizzato sulla Grotta. Per usare le parole di san Francesco questo è il luogo nel quale “l’altissimo Padre celeste, per mezzo del santo suo angelo Gabriele, annunciò questo Verbo del Padre, così degno, così santo e glorioso, nel grembo della santa e gloriosa Vergine Maria, e dal grembo di lei ricevette la vera carne della nostra umanità e fragilità” (2Lf  4: FF 181). Qui sono visibili i resti dell’abside bizantina e, ancora più in profondità, le tracce di un edificio di culto del IV secolo: “Leggiamo in Epifanio di Salamina (attorno al 375 d.C.) che l’ebreo convertito Giuseppe di Tiberiade, dopo aver ricevuto il battesimo, grazie anche al contributo dell’imperatore aveva fatto costruire chiese nella sua città natale e poi a Sepphoris, Nazaret e Cafarnao” (H. Fürst – G. Geiger, op.cit., 123/991). Un reperto di eccezionale valore, oggi al museo, è la base di una colonna con l’incisione greca dell’incipit dell’ “Ave Maria” (in greco “XE MAPIA” cioè “Chaire Maria”, che significa “Rallegrati Maria”, cfr. Lc 1,28), la più antica testimonianza archeologica del saluto dell’Angelo alla Vergine, scoperta da p. Bellarmino Bagatti ofm nel 1955 (Ibidem, 124/991).

In quest’area si trova anche la cosiddetta “Grotta di Conone”, “sponsorizzata” a fine IV secolo da un diacono gerosolimitano che portava questo nome, decorata con motivi floreali e legata alla memoria di un martire del III secolo egli stesso di nome Conone, che dichiarò con orgoglio di provenire da Nazaret e di essere parente di Cristo (cfr. “Martirio di san Conone”, 13.4. in H. Musurillo, The Acts of the Christian Martyrs, Oxford University Press, 1972, p. 188).

La basilica superiore, al contrario del livello inferiore, è inondata di luce ed è dedicata a Maria Madre della Chiesa. Di fatto l’intera basilica sorta durante il Concilio Vaticano II, è in qualche modo una illustrazione del capitolo VIII della “Lumen Gentium” dedicato a “La beata Maria vergine Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa”. Le stesse porte bronzee di accesso sono dedicate una alla “Chiesa proveniente dalla circoncisione” e l’altra alla “Chiesa proveniente dalle genti”, come recitano le scritte latine sopra gli stipiti e come illustrano poi gli episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento riportati in bassorilievo. All’interno, il grande mosaico absidale di Salvatore Fiume, con sensibilità ecumenica, celebra la Chiesa “una, santa, cattolica e apostolica”, con Maria che intercede sullo sfondo. La cupola, a forma di giglio rovesciato, è un omaggio alla Vergine Immacolata che nella grotta sottostante, grazie al suo “Eccomi” (cfr. Lc 1,38), è divenuta la “Vergine fatta Chiesa” (san Francesco, SalV 1: FF 259), che, generando il Figlio di Dio nella carne, inaugura anche l’inizio del Corpo di Cristo che è la Chiesa.

Lungo le pareti, una galleria di icone mariane provenienti da ogni nazione del mondo testimonia l’adempimento della profezia del Magnificat: «Tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Lc 1,48). Particolarmente evocative sono le rappresentazioni provenienti dall’Asia, dall’Africa e dalle Americhe, che adattano il volto della Vergine alle diverse culture umane, evidenziando l’universalità del messaggio cristiano e la necessità della sua inculturazione.

Le alterne vicende storiche

La storia di Nazaret è stata segnata da momenti di splendore e di distruzione. Dopo l’epoca bizantina, i Crociati edificarono una cattedrale imponente (70 metri per 30), le cui mura sono ancora parzialmente integrate nell’attuale edificio. Tuttavia, la sconfitta dei cristiani a Hattin nel 1187 e la successiva furia distruttrice del sultano Baibars nel 1263 ridussero la basilica in rovina per secoli.

La rinascita si deve alla tenacia dei Francescani della Custodia di Terra Santa. Dopo vari tentativi falliti e fughe forzate, riuscirono a stabilirvisi definitivamente nel 1620. Un periodo singolare fu quello tra il 1697 e il 1770, quando i frati acquistarono l’intero villaggio pagando un tributo annuale al Pascià di Acri; in quegli anni, il Guardiano del convento portava ufficialmente il titolo di “Emiro di Nazaret”, esercitando una funzione di tutela civile e religiosa sulla popolazione.

Oltre la Basilica: il Museo e la Chiesa di San Giuseppe

Il complesso di Nazaret offre altre perle storiche. Il museo archeologico custodisce cinque capitelli romanici di epoca crociata, scoperti da p. Prospero Viaud ofm nel 1908, e straordinariamente conservati perché nascosti sotto la sabbia dai cristiani prima della caduta della città. Le loro sculture rappresentano uno dei vertici dell’arte crociata medievale in Medio Oriente e raffigurano scene tratte dalle Sacre Scritture e dagli apocrifi.

Poco distante sorge la Chiesa di San Giuseppe, costruita sopra una serie di grotte e cisterne che la tradizione identifica con l’abitazione e la bottega della Sacra Famiglia. È idealmente ambientato qui il bellissimo discorso che il santo papa Paolo VI, durante il suo pellegrinaggio a Nazaret, dedicò alla “scuola” della Santa Famiglia: “Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazareth ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile; ci faccia vedere com’è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale. Infine, impariamo la lezione del lavoro. Oh! dimora di Nazareth, casa del Figlio del falegname! Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo ma redentrice della fatica umana; qui nobilitare la dignità del lavoro in modo che sia sentita da tutti; ricordare sotto questo tetto che il lavoro non può essere fine a se stesso, ma che riceve la sua libertà ed eccellenza, non solamente da quello che si chiama valore economico, ma anche da ciò che lo volge al suo nobile fine; qui infine vogliamo salutare gli operai di tutto il mondo e mostrar loro il grande modello, il loro divino fratello, il profeta di tutte le giuste cause che li riguardano, cioè Cristo nostro Signore” (Paolo VI, Discorso tenuto a Nazareth, 5 gennaio 1964).

Un messaggio e un’invocazione di pace

Oggi Nazaret rimane un luogo di frontiera e di sintesi. Nonostante le tensioni che ciclicamente attraversano la Terra Santa, la città continua a testimoniare la possibilità di un incontro tra culture e religioni. La facciata della Basilica, con i suoi portali bronzei e le sculture lapidee, narra la storia della salvezza culminante nel mistero dell’Incarnazione scolpito sulla facciata, che è per la nostra salvezza e si compie sul Calvario, scena richiamata della crocifissione bronzea, collocata sopra il timpano della facciata e ispirata al vangelo di Giovanni. In basso abbiamo perciò l’«Eccomi!» di Maria che le permetterà di diventare la Madre del Redentore (cfr. Lc 1,26-38) e, in alto, abbiamo Maria sotto la croce che, ricevendo il discepolo amato come figlio dal Figlio crocifisso, diventa la Madre della Chiesa (cfr. Gv 19,25-27). La stessa struttura artistica della basilica ricorda perciò ai pellegrini che l’incarnazione del Figlio di Dio a Nazaret, iniziata in un luogo umile e irrilevante, è orientata alla nostra redenzione. Nazaret, Betlemme e Gerusalemme non si possono separare: l’incarnazione, la nascita, la vita, la passione, morte e risurrezione di Gesù fanno parte di un unico misterioso percorso voluto da Dio per redimerci e farci diventare suoi figli. Come ci ricorda san Paolo: “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: «Abbà! Padre!»” (Gal 4,4-6).

Nella sua guida di Terra Santa, più volte citata, p. Geiger fa notare la coincidenza storica singolare in cui fu installato il bassorilievo in ceramica della Patrona Germaniae e il suo simbolismo: “È una Madonna che protegge due bambini sotto il suo manto. I due, uno dell’Est e uno dell’Ovest, sono separati da un muro, ma riescono a tendersi la mano da un lato all’altro. A rendere particolarmente potente quest’immagine è il fatto che il Muro di Berlino cadde poche settimane dopo che – nell’ottobre 1989 – il bassorilievo era stato trasportato a Nazaret” (H. Fürst – G. Geiger, op.cit., 127/991). La nostra preghiera e la nostra speranza è che tutti i muri dell’inimicizia possano cadere, in Terra Santa e nel mondo intero: è per questo che Maria ha generato il Figlio di Dio ed è per questo che il Figlio di Dio incarnato, Gesù di Nazaret, ha voluto morire sulla croce, ed è ancora per questo che ha fondato la Chiesa (cfr. Ef 2,13-20).

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15 febbraio 2026, 10:00