Una baraccopoli di profughi in fuga dalla guerra nello Shan State, Myanmar Una baraccopoli di profughi in fuga dalla guerra nello Shan State, Myanmar

Il cardinale Bo: "Myanmar, dimenticato dal mondo, ma non da Dio"

Il cardinale Charles Maung Bo denuncia la “policrisi” che grava sul Paese asiatico tra guerra civile e difficoltà economiche e sociali. Una situazione che ha provocato oltre 3 milioni e mezzo di profughi e la fuga dei giovani all’estero

Deborah Castellano Lubov – Città del Vaticano

A cinque anni dal colpo di Stato militare, il Myanmar vive una crisi multilivello che il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, definisce “policrisi”: economica, sociale, sanitaria ed educativa. L’inflazione cresce, i posti di lavoro diminuiscono, oltre 3,5 milioni di persone sono sfollate e un’intera generazione ha perso cinque anni di istruzione. Molti giovani, privi di prospettive, stanno lasciando il Paese. Ai media vaticani, il porporato descrive una nazione segnata da paura, stanchezza e profonda incertezza. Tuttavia, fa notare, la speranza “non è morta, ma è crocifissa”.

Il peso della crisi sui giovani

I sentimenti della popolazione variano a seconda delle esperienze personali e delle aree geografiche, ma tra i giovani prevalgono insicurezza e pressione psicologica. Vivono nel timore costante per la propria sicurezza, tra violenze diffuse, instabilità economica e rischio di reclutamento forzato. Questa tensione prolungata ha alimentato ansia, stress e sfiducia nel futuro. “I giovani, in particolare – spiega il cardinale Bo – vivono costantemente nella paura per la propria sicurezza”. Anni di disordini hanno cancellato normalità e prospettive: scuole chiuse o irregolari, lavoro scarso, vita sociale frammentata. I sondaggi registrano un forte aumento di rabbia e disagio emotivo rispetto al periodo precedente al golpe. “Pochissimi giovani sperimentano ancora un senso di stabilità; molti pensano di emigrare o lo hanno già fatto”, ribadisce il porporato.

Il cardinale Charles Maung Bo
Il cardinale Charles Maung Bo

Resilienza tra le macerie

Il cardinale invita però a non ridurre i giovani al ruolo di sole vittime. Anche in mezzo alle difficoltà si possono trovare segni di resilienza e determinazione. Alcuni continuano a credere in un futuro migliore e investono nella formazione e nelle competenze digitali sforzandosi di costruire opportunità in un contesto estremamente difficile. Anche la vita online presenta luci e ombre: se favorisce connessioni e apprendimento, espone anche a odio, abusi e disinformazione, minando la coesione sociale. La partecipazione politica, inoltre, è in calo tra i giovani, spesso delusi e disillusi.

Una speranza “crocifissa”

In questo scenario, il cardinale Bo parla di “una speranza cristiana che nasce dalla Croce e dalla Risurrezione”, non fondata su calcoli politici ma sulla fede. “Il Myanmar - ribadisce - ha perso sicurezza, stabilità e attenzione internazionale, ma non la presenza di Dio”. Essa si manifesta nei villaggi distrutti, nei campi per sfollati, nella perseveranza silenziosa di famiglie, catechisti e religiosi. “Le famiglie condividono quel poco che possiedono e pregano insieme”; molti giovani fanno volontariato e si impegnano nelle comunità. Sono piccoli ma concreti segni di Vangelo. La Chiesa, rifiutando odio e violenza e promuovendo riconciliazione e dignità umana, vuole essere “sacramento di speranza”, convinta che la violenza non avrà l’ultima parola.

Dimenticati, ma non abbandonati

Molti cittadini si sentono dimenticati dalla comunità internazionale, la cui attenzione si accende solo nei momenti più drammatici. Sanzioni e isolamento hanno accentuato in alcuni cittadini il senso di abbandono. Tuttavia, sentirsi trascurati dal mondo non significa essere abbandonati da Dio: “Il Myanmar - afferma il cardinale, non viene trascurato dal piano di Dio”.

L’impegno della Chiesa e l’attenzione del Papa

La Chiesa locale continua a chiedere la fine delle violenze e una riconciliazione fondata su giustizia, perdono e compassione. Iniziative interreligiose riuniscono cristiani, buddisti, musulmani e indù in preghiere comuni per la pace, offrendo esempi concreti di convivenza. Progetti sul territorio sostengono agli sfollati e alle persone vulnerabili. Infine, il cardinale Bo ricorda che la Santa Sede segue con preoccupazione la situazione, invocando pace, dialogo e protezione dei civili. Pur tra soluzioni politiche lente e complesse da Roma non manca la preghiera. “Perdere la speranza – conclude – significherebbe consegnare il futuro alla violenza e alla disperazione. Il Myanmar continua a sperare non perché la situazione sia facile, ma perché sente l’amore di Dio.”

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13 febbraio 2026, 13:53