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La spiaggia di Cutro La spiaggia di Cutro

Migranti, tre anni dalla strage di Cutro: la memoria diventi responsabilità

Il ricordo del naufragio di un’imbarcazione carica di migranti nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, a pochi metri dalla costa della Calabria. L’appello della Chiesa locale a ritrovare l’umanità per non rimanere in silenzio davanti al dramma delle morti in mare

Beatrice Guarrera - Città del Vaticano

L’odore della benzina, la barca distrutta, i corpi in mare, il buio, la morte. Sulla spiaggia di Steccato di Cutro è ancora vivo e doloroso il ricordo della notte tra il 25 e il 26 febbraio di tre anni fa, quando si consumò il naufragio di un’imbarcazione carica di migranti, a pochi metri dalla costa della Calabria, e persero la vita 94 persone, di cui 35 minori. Una giornata che rimarrà impressa nella memoria della comunità locale e non solo, per l’immensa portata del dramma vissuto dai sopravvissuti e per il grande numero dei morti. Il caicco “Summer Love”, salpato dalla Turchia, trasportava almeno 180 persone provenienti da Afghanistan, Iran, Siria e Pakistan, in cerca di pace, futuro e speranza, che però hanno, in gran parte, trovato la morte, dopo lo scontro con una secca vicino alla riva. Imprecisato il numero dei dispersi.

Una strage che continua 

"Sulla spiaggia di Steccato di Cutro i pescatori furono i primi a soccorrere, a salvare e a vedersi morire tra le braccia, uomini, donne e tanti bambini e ragazzi", racconta suor Loredana Pisani, testimone e direttrice dell’ufficio di Fondazione Migrantes dell’arcidiocesi di Crotone-Santa Severina. Poi arrivarono sirene, torce, ambulanze e la sabbia si riempì di lenzuola bianche, stese una accanto all’altra. Per molti altri lunghi giorni, tutta la comunità locale si attivò per dare aiuto e per raccogliere i morti che il mare restituiva, per dare loro una degna sepoltura. La religiosa ha raccontato quei momenti tragici anche in una celebrazione con cui l’arcidiocesi ha voluto iniziare quest’anno il tempo di Quaresima. 

Vite spezzate

"Il Pronto Soccorso era invaso da un’onda umana, inaspettata in una normale domenica di febbraio, ma non c’era rumore, né chiasso, ma un silenzio assordante. Solo da una stanza arrivavano grida laceranti", continua suor Pisani. Era Leila, una donna afghana ricoperta di sabbia e benzina, che, ferita e delirante, chiamava i suoi tre figli. Due di loro morirono quella notte e tante altre furono le vite spezzate, alle quali fu dato l’ultimo saluto con una cerimonia funebre al Palamilone di Crotone. "Quando arriva questo giorno ogni anno, mi invade lo stesso silenzio che ho vissuto nell’ospedale, al Palamilone, sulla spiaggia" continua la religiosa, impegnata in prima linea: "Attraverso il mio servizio diocesano come direttrice della Migrantes lotto e lottiamo ogni giorno per ribadire la dignità di ogni essere umano". Eppure, "la strage di Steccato di Cutro non è finita con l’ultima bara - osserva -. Il mare restituisce ancora i morti sulle nostre spiagge calabresi, siciliane, sulle spiagge del Mediterraneo". "La strage di Steccato di Cutro continua ogni notte, in ogni onda, in ogni silenzio che significa voltare la faccia dinanzi a chi tende la mano per implorare aiuto e speranza", afferma ancora suor Pisani.

La responsabilità di ogni uomo

Quel naufragio di tre anni è "una ferita aperta" nella memoria delle persone, spiega monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone-Santa Severina: "Ho in mente il parroco di Steccato di Cutro che in quei giorni lì riusciva a ad andare a casa solo per farsi una doccia, per poi tornare su quelle spiagge a raccogliere corpi, cadaveri, oggetti, vite". Proprio per tornare a riflettere su quella tragedia si è scelto di iniziare il cammino quaresimale sulle spiagge di Cutro, accogliendo l’intera diocesi, per un momento di preghiera e memoria. "Una memoria che si è fatta preghiera, ma diventa anche responsabilità: responsabilità proprio a ritrovare quell’umanità che probabilmente si è persa", afferma Torriani. "Sembra che queste tragedie ci insegnino poco", spiega l’arcivescovo. Da lì appunto l’importanza di tornare a riflettere sulla responsabilità di ogni uomo "verso l’odio che si infila sempre più fra le relazioni, fra le persone. Una responsabilità che poi deve diventare lo stile con cui noi cristiani viviamo anche la quotidianità dei nostri giorni", responsabilità che riguarda anche "coloro che hanno la gestione del bene comune". 

Ascolta l'intervista a monsignor Torriani

Chiamati "a non girarci dall'altra parte"

A invitare alla riflessione oggi è la stringente attualità, sostiene monsignor Claudio Maniago, arcivescovo di Catanzaro-Squillace e vicepresidente della Conferenza Episcopale calabra, facendo riferimento ai cadaveri giunti sulle coste negli ultimi giorni. "Alla luce di questi rinvenimenti, siamo richiamati in maniera forte a non girarci dall’altra parte", perché questo dramma purtroppo continua. "Da qui come vescovi della Calabria nasce il dovere di levare una voce in questo silenzio, in modo tale che ci si accorga che ci sono fratelli e sorelle alla ricerca di una vita dignitosa". Questo, secondo l’arcivescovo, deve sollecitare il cuore del credente ma anche l’opinione pubblica, perché si verifichi "una conversione che ci porti a guardare con maggiore attenzione e cura" coloro che sono "il frutto di una strage" in mare senza fine. Uno "stillicidio che ancora non ha avuto una risposta adeguata da parte non solo del nostro Paese, ma di un continente intero che è chiamato in causa e che deve dare una risposta molto più umana". Importante anche, conclude Maniago, facilitare il più possibile la creazione di canali sicuri per accogliere davvero chi è in fuga e chi è nella disperazione.

Ascolta l'intervista a monsignor Maniago

Mattoncini di umanità

Quest’anno l’anniversario del naufragio è coinciso con i giorni delle udienze in Tribunale di uno dei due processi legati alla strage di Cutro. Da una parte, infatti, sono stati incriminati cinque presunti scafisti ritenuti responsabili di aver provocato il naufragio. Dall’altro è stato aperto un procedimento per le responsabilità derivanti da eventuali ritardi che si sarebbero verificati nei soccorsi alla barca di migranti, dalla quale sarebbe partito un Sos ignorato dalle autorità, e subito dopo il naufragio. La richiesta di giustizia è sostenuta con forza dai familiari delle vittime e dei sopravvissuti, uniti nella Rete 26 febbraio, che si sono raccolti in spiaggia oggi alle 4 di mattina per un momento di ricordo e preghiera. "Ricominciamo a mettere mattoncini di umanità: riconosciamo la dignità dovuta almeno ai corpi, meglio di come è stato fatto finora, e consentiamo alle famiglie di piangere i loro cari". Questo l’auspicio di monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes, nel terzo anniversario della strage di Cutro. Il pensiero della Fondazione Migrantes va, inoltre, alle centinaia di persone che si temono disperse nei giorni del ciclone Harry, e i cui resti stanno riaffiorando lungo le coste della Calabria e della Sicilia. L’auspicio è che si inizi a prelevare il dna dei morti, per costituire una banca dati che permetterebbe ai familiari delle persone scomparse di identificarle e sapere dove andare a piangerle. "Sono atti di pietas doverosi - conclude Felicolo -. È il minimo: non possiamo considerare normali queste morti".

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26 febbraio 2026, 14:53