"L'abbraccio che libera", un percorso per rompere le sbarre interiori
Martina Accettola - Città del Vaticano
“Riprendere in mano la propria vita è un gesto di coraggio, ma anche di speranza. È credere che, nonostante le difficoltà, possiamo modellare il nostro futuro e realizzare i nostri sogni. È un viaggio infinito, ma ogni passo avanti ci avvicina sempre più alla verità più profonda di noi stessi". In L'abbraccio che libera. Sette passi per trasformare la tua vita, (Edizioni Messaggero Padova), Juri Nervo propone un dialogo diretto, un percorso interiore che si offre come strada di liberazione dalle catene che ci tengono imprigionati in carceri visibili o invisibili. Attraverso la parabola del figliol prodigo (Luca 15, 11-32), la testimonianza di San Francesco d'Assisi, preghiere e poesie, l’autore accompagna il lettore in sette tappe per raggiungere la libertà – solitudine, disperazione, cammino, attesa, sguardo, abbraccio e rinascita. Con i testi di fra Fabio Scarsato, la prefazione di monsignor Piero Delbosco, Vescovo di Cuneo-Fossano, e la postfazione del criminologo clinico Pietro Buffa, il libro diventa così una guida concreta per chi desidera affrontare il proprio cammino di trasformazione.
Il silenzio assordante vs il carcere muto
Il silenzio ci spaventa: lo temiamo come fosse esso stesso una prigione. Eppure, potrebbe essere proprio questa la chiave per uscirne. Nella prefazione, il Vescovo Delbosco invita a fermarsi un momento: "Tutti abbiamo bisogno di lasciar parlare il silenzio, oggi più che mai". Ciò è necessario per affrontare un bivio: restare imprigionati nel proprio carcere o intraprendere un cammino di libertà.
Parlare di carcere, infatti, significa parlare di sé. Non esiste solo la prigionia fatta di muri e sbarre: esistono carceri interiori, accomunate dalla mancanza di scelta e dalla privazione della libertà, che possono nascere tanto dall’esterno quanto dall’interno. Sono le prigioni dell’ansia, della paura, dei traumi, dei sensi di colpa, dell’isolamento; sono le dipendenze - da sostanze, tecnologia, gioco o relazioni - che restringono in maniera progressiva lo spazio vitale della persona. Talvolta ci auto-sabotiamo inconsapevolmente, altre volte siamo lucidi ma paralizzati. Anche il corpo, nella malattia o nella disabilità, può essere vissuto come una gabbia. Svaniscono i propri confini, fino a perdere la propria autonomia.
La non scelta: l'esempio della prigione dell'identità
In tutte queste forme ritorna lo stesso nodo: la sensazione di non poter scegliere. Prendiamo il carcere dell’identità, di cui parla Juri Nervo. È una “prigione silenziosa e insidiosa”, costruita dal continuo tentativo di adattare il proprio io ad aspettative sociali, norme culturali, ruoli di genere e pressioni familiari. Così il singolo finisce intrappolato in un’identità che non gli appartiene davvero. La "non scelta" si manifesta nella conformità forzata a un’immagine o a un ruolo che non sente proprio, accettata per evitare conflitti - interiori ed esteriori - giudizi, percorsi di vita più complessi, persino l’emarginazione. Si indossa allora una maschera, per anni o per un’intera vita, per evitare che uno sguardo esterno possa giudicare e cogliere l'io quello autentico; una maschera che appare più leggera che spogliarsi e vestire finalmente i panni di chi siamo. E si arriva a quel bivio di cui si parlava sopra: restare incatenati nella prigione della maschera o gettarla per intraprendere la strada della libertà.
Scrivere la propria storia
La scelta consapevole di intraprendere questo percorso è già, di per sé, un tassello fondamentale per costruire la propria autonomia. Come sottolinea Juri Nervo, "la libertà non è solo un diritto, ma una responsabilità personale che mi spinge, ti spinge a guardare oltre i propri schemi". È un percorso che porta a confrontarsi con cicatrici e demoni personali, ad accettare il proprio passato e diventare protagonisti della propria storia. Scrivere il proprio percorso, il proprio libro, capitolo dopo capitolo. Ascoltarsi, capirsi, affrontare un viaggio autentico alla scoperta di sé: ingredienti per un “best seller” di cui nemmeno l’autore conosce la fine, costruendo la storia tessera dopo tessera, per completare il nostro puzzle. Ci sono capitoli difficili, scritti male o che non abbiamo il coraggio di rileggere, ma rimangono fondamentali: contengono elementi essenziali per costruire il resto della nostra opera. Non possiamo cambiare ciò che è stato, ma possiamo cambiare il senso che diamo agli eventi per riscrivere il nostro futuro.
Riscoprire la propria voce in mezzo alla folla
Ricorda l'autore, “prendere in mano la propria storia significa trovare la voce per raccontarsi la verità, nonostante le voci che cercano di soffocarla”. Viviamo immersi in ciò che “deve essere”, convinti che sia la scelta più sicura, alcune volte per evitare il dolore - finendo però, paradossalmente, per attraversarne un altro. Le nostre menti si riempiono di voci che non ci appartengono ma che finiscono per definirci. Quando il rumore è collettivo, distinguere la propria voce diventa difficile. È come a un concerto: si sente il cantante, si sente il coro della folla, ma non si riconosce la propria intonazione. Solo nel silenzio - come sotto la doccia, dove un rumore uniforme accompagna senza sovrastare - si riesce davvero ad ascoltarsi. Ai media vaticani, Juri Nervo riporta la propria esperienza personale: "Per me è successo che il silenzio mi ha portato poi alle lacrime. Mi ha condotto a sentire i miei errori, a sentire la mia esigenza fisica di sentirsi amati. Cerchiamo di fuggire dalla necessità di sentire l'abbraccio; ne sentiamo il bisogno ma molte volte goffamente ci muoviamo cercandolo altrove".
I sette passi del percorso
L’abbraccio che libera si propone come testimonianza, supporto e strumento per intraprendere un percorso di rinascita. Il cammino si articola in sette passi verso la libertà, mostrando come ogni istante possa diventare occasione per trasformare il quotidiano in un cammino verso l’abbraccio non giudicante del Padre - come nella parabola del figliol prodigo. Si parla di solitudine, disperazione, cammino, attesa, sguardo, abbraccio “rincollante” e rinascita. "Il primo passo credo sia quello di non avere paura di ammettere che si ha paura. Mi sono reso conto - confida l'autore - che quando ho avuto il coraggio di dirmi che non stavo bene e che avevo paura di dire che non stavo bene, lì è iniziato il primo passo, di guarigione, di liberazione. Il primo passo è non aver paura di aver paura". Affrontato questo itinerario si può giungere al perdono o alla riconciliazione. Il primo è un atto di generosità verso se stessi e gli altri, un dono che libera l’anima dal peso del risentimento per abbracciare la libertà emotiva, riconoscendo la propria umanità e quella degli altri. La riconciliazione, più complessa, richiede dialogo aperto, umiltà e coraggio. Ma la scelta tra le due strade, come sempre, è libera e spetta al singolo.
Il senso dell’abbraccio “rincollante”
Il gesto dell’abbraccio, penultimo passo verso la libertà, diventa anche simbolico; come un atto che ricuce le fratture e dona speranza a chi si crede perduto. L’aggettivo “rincollante”, come sottolinea l'autore, nasce infatti da un errore di battitura che ha assunto però un senso evocativo: “Alcune volte siamo a pezzi, distrutti dentro e fuori come i pezzi di un puzzle; ma si è certi che i pezzi ci sono tutti”. E ancora, nel corso dell'intervista: "Quando arrivi ad avere quell'abbraccio e ti senti amato, è proprio un momento divino. Tutto ha senso, gli errori, le ferite. Ci dimentichiamo del dolore e si rincolla tutto. In quell'abbraccio ti senti pronto ad ammettere che sei amato e questo è il passo liberante".
Il percorso proposto nel libro trova un riscontro concreto nell’Eremo del Silenzio, la struttura fondata nel 2011 a Torino da Juri Nervo, nata negli spazi dell’ex carcere “Le Nuove”, dove un tempo si trovavano la sezione protetta delle terroriste e successivamente l’area destinata alle giovani detenute minorenni. L’Eremo ha scelto come simbolo l’Icona dell’abbraccio, ispirata alla parabola di Luca: un gesto che perdona, libera e unisce, incarnando la filosofia del libro. Qui meditazione, riflessione e vicinanza al prossimo diventano pratiche concrete di liberazione personale e comunitaria.
La parabola del figliol prodigo e l’esempio di San Francesco
Il percorso è incastonato nella cornice della parabola del figliol prodigo. L’autore mostra la bellezza e la ricchezza del Padre misericordioso che attende, con grande fiducia, il ritorno di quel figlio che aveva preso altre strade e lo riaccoglie in un abbraccio. Proprio quel gesto che perdona, libera, e lascia correre senza giudizio. Ritornano allora alla mente le parole di Papa Francesco all’Udienza generale , dell’11 maggio 2016: “La nostra condizione di figli di Dio è frutto dell’amore del cuore del Padre; non dipende dai nostri meriti o dalle nostre azioni, e quindi nessuno può toglierci questa dignità. (…) Anche nella situazione più brutta della vita, Dio mi attende, Dio vuole abbracciarmi, Dio mi aspetta”. È in questa certezza che si radica l’intero cammino proposto dal libro: non un insieme di soluzioni facili, ma un’esperienza concreta in cui veniamo accompagnati anche dalla testimonianza di San Francesco d'Assisi. La sua vita, segnata da ferite e luce, da cadute e rinascite, diventa prova viva che nulla è perduto per sempre e che ogni esistenza può essere trasformata.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui