Ucraina, una volontaria: si sopravvive, la solidarietà è la forza di tutti
Svitlana Dukhovych – Città del Vaticano
Un nuovo massiccio attacco è stato sferrato, nelle ultime ore, dalla Russia contro le infrastrutture energetiche dell'Ucraina. I cittadini di Kyiv e delle regioni di Kyiv, Chernihiv e Kharkiv sono rimasti senza elettricità. Il sindaco della capitale, Vitaliy Klychko, ha comunicato che quasi 6.000 edifici sono rimasti nuovamente senza riscaldamento. La maggior parte di essi sono quelli nei quali per ben due volte era stato ripristinato il collegamento alla rete elettrica o che avevano tentato di allacciarsi a quella del riscaldamento dopo i bombardamenti del 9 e del 20 gennaio.
Ieri, venerdì 23 gennaio, il primo cittadino, su Facebook, aveva invitato i propri concittadini a preparare “scorte di cibo, acqua e farmaci necessari”, invitando coloro nella possibilità di farlo, a “lasciare la città e andare in luoghi con fonti alternative di energia e riscaldamento”. Intanto nella città opera in prima linea nell’assistenza alle persone la Conferenza della Beata Marta Wiecka, ramo ucraino della Società San Vincenzo de’ Paoli, coordinata dall’avvocata Lyudmyla Lohush.
Lyudmyla, com’è la situazione a Kyiv ora?
La situazione è molto difficile, soprattutto per l’elettricità. Durante gli attacchi sono state distrutte molte centrali termoelettriche e gli ultimi attacchi hanno colpito le stazioni di distribuzione dell’energia. Così, a Kyiv la corrente viene tolta per 20-24 ore e riaccesa solo per 3-4 ore al giorno, soprattutto di notte per ridurre il carico. Le persone cercano di resistere, anche perché viviamo così da quattro anni. Questi problemi con l’elettricità sono iniziati già nel primo anno di guerra, ma questa è la prima volta che sono così gravi. Fortunatamente molti sono preparati: hanno power bank, lampade ricaricabili e molti condomini e provider internet hanno acquistato generatori per garantire almeno un minimo di energia, per caricare telefoni o far funzionare gli ascensori, soprattutto per anziani e famiglie con bambini. Per le aziende è più difficile perché devono lavorare con elettricità continua. Usano generatori, ma è costoso, quindi molti negozi e supermercati stanno chiudendo perché non riescono a sostenere questi blackout. Comunque, governo e autorità locali cercano di aiutare: accendono la luce per alcune ore e ci sono “Punti di resilienza” dove si possono ricaricare dispositivi. In città c’è molta solidarietà: si cerca di sostenersi a vicenda per andare avanti e sopravvivere.
In che modo la vostra organizzazione cerca di aiutare le persone a resistere in queste condizioni?
La Conferenza della Beata Marta Wiecka fa parte della Società di San Vincenzo de’ Paoli e sostiene le persone più bisognose: senzatetto, poveri, malati, anziani e persone sole. Con la guerra si è aggiunta una nuova categoria particolarmente vulnerabile: famiglie con bambini con disabilità o che necessitano di cure palliative, che soffrono più di tutti le interruzioni di elettricità. Il problema, infatti, non riguarda solo la mancanza di corrente in sé. Poiché tutti gli altri servizi dipendono dall’elettricità, come acqua e riscaldamento, durante i blackout prolungati anche questi sistemi smettono di funzionare. Cerchiamo di aiutare come possiamo. Di recente, durante un massiccio attacco russo, alcune zone di Kyiv sono rimaste senza luce per tre giorni. Gli ascensori non funzionavano e molte persone non potevano nemmeno uscire di casa per fare la spesa. In questi casi contattiamo direttamente le persone per capire di cosa hanno bisogno e portiamo medicine, acqua o altri beni essenziali. Aiutiamo anche famiglie fuori Kyiv, soprattutto nelle zone vicine al fronte. Si tratta spesso di famiglie con bambini con disabilità gravi, non autosufficienti e impossibilitati a spostarsi. Ogni mese prepariamo pacchi alimentari e organizziamo la consegna direttamente a domicilio. Attualmente riceviamo molte richieste di power bank, perché l’elettricità arriva solo per poche ore ogni pochi giorni. Stiamo quindi cercando di reperirli per distribuirli alle famiglie. Forniamo anche medicinali e prodotti per l’igiene, come pannolini e traverse monouso. Possiamo coprire solo i bisogni di base: cibo, acqua, igiene, e accompagnamento in ospedale se necessario. Purtroppo, a causa della guerra, non possiamo attuare programmi di sostegno strutturati, aiutiamo caso per caso le persone che si trovano nelle situazioni più difficili, cercando ogni volta una soluzione possibile.
Una delle famiglie che sostenete è quella di Lesia, che ci ha inviato una videotestimonianza. Qual è la loro situazione attuale?
Suo figlio Maksym ha una grave disabilità. La famiglia vive al tredicesimo piano di un palazzo e, in assenza di elettricità, la vita quotidiana diventa estremamente difficile. L’ascensore non funziona e il ragazzo non può nemmeno uscire di casa per prendere aria. In Ucraina esiste un programma statale che garantisce alcuni medicinali ai bambini con disabilità, ma spesso non sono sufficienti o adeguati. Per questo cerchiamo di offrire un sostegno concreto e continuativo. Alle famiglie come quella di Lesia forniamo un aiuto integrale: assistenza con farmaci, prodotti per l’igiene, generi alimentari e, quando necessario, supporto per l’acquisto di ausili sanitari, come sedie a rotelle o strumenti per la riabilitazione, raccogliendo fondi dedicati. Un aspetto fondamentale del nostro servizio è anche il sostegno umano e relazionale. Organizziamo incontri mensili per permettere alle famiglie di incontrarsi, condividere esperienze e non sentirsi sole. Per i bambini proponiamo momenti di gioia e socializzazione, con attività, laboratori e iniziative speciali nelle feste. Tutto questo favorisce l’integrazione e dona un po’ di normalità a chi, a causa della disabilità e della guerra, vive spesso isolato. Il sostegno statale a queste famiglie è molto limitato e copre a malapena i bisogni di base. Nel caso di Lesia, il marito lavora, mentre lei non può farlo perché deve assistere i figli: anche a Kyiv mancano strutture adeguate dove accogliere bambini con disabilità così gravi.
Quante persone sono coinvolte nella vostra attività e in che modo collaborano con l’organizzazione?
Siamo un’organizzazione cattolica di volontariato. Quasi tutte le persone coinvolte operano su base volontaria. Nel 2025 hanno collaborato con noi in modo stabile circa 30 volontari, ciascuno mettendo a disposizione le proprie competenze. Tra loro ci sono educatori, medici, farmacisti. Ad esempio, una volta al mese un nostro volontario medico visita un centro di accoglienza per persone senza fissa dimora, offrendo controlli e assistenza sanitaria di base. Altri medici prestano servizio volontario negli ospedali. Ci sono poi volontari che si occupano dei social media, della preparazione dei pacchi alimentari e della loro spedizione. L’organizzazione funziona come un meccanismo ben coordinato: c’è comunicazione continua e un forte senso di responsabilità condivisa. Cerchiamo anche di prenderci cura dei nostri volontari dal punto di vista umano e spirituale, perché la guerra e lo stress costante portano facilmente alla stanchezza emotiva. Ogni lunedì ci incontriamo per condividere, sostenerci a vicenda e pregare insieme.
Lei personalmente come riesce ad affrontare questa situazione? Nel suo ruolo di coordinatrice deve sostenere e incoraggiare gli altri…
A livello personale non è facile, ma non sento di potermi lamentare. Faccio parte della Famiglia Vincenziana da vent’anni. Di professione sono avvocata e questo resta il mio principale sostentamento; il mio ruolo di coordinatrice nella Conferenza della Beata Marta Wiecka è un’attività di volontariato e di impegno civico. Questo mi aiuta molto, perché ho un lavoro e una casa, mentre tante persone hanno perso tutto. Quattro anni di guerra hanno logorato tutti: emotivamente e psicologicamente. Viviamo in uno stato di stress continuo, tra allarmi, droni e missili che vediamo passare sopra le nostre case. C’è sempre la consapevolezza che la vita può finire da un momento all’altro. Anche la situazione dell’elettricità è molto dura: spesso la corrente c’è solo di notte, lavorare diventa difficile, fa freddo. Negli ultimi giorni le temperature sono scese fino a -20 gradi. Nei palazzi più vecchi, dove vivono alcuni dei nostri volontari, in casa ci sono anche solo 7–10 gradi; negli uffici statali a volte la temperatura non supera i 5 gradi. Tutto questo è pesante soprattutto dal punto di vista emotivo. Eppure la fede in Dio, la fiducia nel futuro, nel nostro Paese e nelle persone ci sostengono profondamente. Anche nel mio condominio i vicini si aiutano a vicenda, e questo dà forza. Vedere che gli altri resistono ti fa capire che puoi farcela anche tu. Recentemente siamo stati nel rifugio per persone senza dimora della Famiglia Vincenziana: dentro c’erano appena cinque gradi, ma le persone dicevano: «Resistiamo. Crediamo che andrà meglio». Davanti a una fede così semplice e forte, come potremmo arrenderci? Spesso ci diciamo: «Sì, è difficile», ma chiudiamo sempre con le stesse parole: «Dobbiamo resistere e continuare a credere, perché non abbiamo un’altra scelta». Ed è così che andiamo avanti.
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