Ara Coeli, sul Campidoglio la chiesa dove Roma incontra il cielo
Maria Milvia Morciano - Città del Vaticano
Arrivando dal basso, dal traffico continuo che avvolge l'area del Campidoglio, la scalinata della basilica dell'Ara Coeli si impone come una soglia improvvisa. Non invita, ma obbliga a rallentare. Gradino dopo gradino, il rumore della città si attenua, il passo cambia ritmo, lo sguardo si solleva. La basilica non appare tutta insieme: si lascia raggiungere per sottrazione, mentre la voce urbana cede al silenzio.
Nel Medioevo, questo stesso movimento era guidato anche dalla luce. Chi si avvicinava a Roma seguiva lo scintillio dei mosaici che rivestivano la fascia sommitale della basilica: una superficie d’oro visibile da lontano, capace di orientare i passi mossi dalla fede. Oggi quei mosaici non ci sono più, ma l’esperienza resta. Salire verso Ara Coeli continua a trasformare uno spazio della città in un percorso interiore, preparando l’ingresso in un luogo dove l’architettura non separa il cielo dalla terra, ma li mette in relazione.
La scalinata: storia urbana e memoria collettiva
La grande scalinata medievale che conduce alla basilica è uno degli elementi più fortemente identitari dell’Ara Coeli. Costruita subito dopo la peste del 1347–1348 come ex voto, è composta da 124 gradini realizzati con materiali di recupero provenienti dall’area capitolina. È un’opera nata in un momento di grande sofferenza per la città, segnata dall’assenza del Papa e da una profonda crisi sociale.
Come spiega Massimo De Angelis, architetto e studioso dell’Ara Coeli, autore del volume I Francescani a Roma nel Medioevo (Aracne editrice) «la zona dove è adesso la scalinata, era la più sacra della Roma antica, perché qui c’era l’arx capitolina, c’era la zecca e soprattutto c’era l’auguraculum». Salire questi gradini significa dunque attraversare uno spazio che è stato per secoli il cuore simbolico della città.
Nel Trecento la scalinata assume anche un ruolo urbanistico decisivo. De Angelis sottolinea come «nell’urbanistica del Trecento romano sia molto importante perché inverte il polo urbanistico della città»: Ara Coeli diventa il fondale di un nuovo percorso che dal Vaticano al Laterano passa per il Campidoglio, ridefinendo i rapporti tra potere religioso, civico e spazio urbano.
Accanto all’ingresso monumentale, la basilica conserva anche accessi laterali che seguono l’orografia antica del colle. Uno di questi affacciava sull’asylum, divenuto nel Medioevo sede di un mercato e luogo di amministrazione della giustizia civile: segno di una chiesa profondamente intrecciata alla vita pubblica di Roma.
L’“altare del cielo”: il luogo prima della chiesa
Il nome Ara Coeli è anteriore alla basilica e rimanda a una memoria più antica. Qui si trovava l’auguraculum, lo spazio da cui si osservavano i segni celesti per trarre auspici sul destino della città. La tradizione medievale, raccolta nei Mirabilia Urbis Romae, innesta su questo luogo la celebre leggenda della visione dell’imperatore Augusto: una donna con un Bambino seduta su un altare, accompagnata dalle parole Haec est ara filii Dei, "questo è l'altare del figlio di Dio".
Il paganesimo e il cristianesimo non si fronteggiano: si guardano. Non si tratta di una semplice sovrapposizione devozionale. Come osserva De Angelis, questa leggenda esprime «il legame della chiesa come erede della grande tradizione romana», un passaggio di consegne simbolico tra il mondo antico e il cristianesimo. Sotto il tempietto di Sant’Elena, l’altare cosmatesco del XII secolo conserva questa memoria: le figure di Augusto e della Vergine con il Bambino dialogano, sul livello che segnava l’impianto della chiesa più antica, quella benedettina.
La fondazione francescana (XIII secolo)
La basilica attuale viene fondata intorno al 1248–1250, quando i francescani vengono trasferiti da Trastevere al Campidoglio. È una scelta ben precisa, carica di significato politico e culturale. Roma è una città complessa, l’unica vera metropoli del Medioevo, carica di rovine, di memorie imperiali, di tensioni politiche. Il Comune sta ritrovando una centralità civica, e i frati minori diventano interlocutori privilegiati di questo nuovo equilibrio urbano.
L'architetto ricorda che «i francescani interpretano lo spirito del tempo», incarnando «la ricerca della fede personale dell’uomo medievale» e portando a Roma un messaggio di apertura verso i poveri e verso nuove sensibilità. La basilica nasce così come punto di incontro tra una tradizione millenaria e un nuovo modo di vivere la fede.
Dal punto di vista architettonico, Ara Coeli mantiene la tipologia della basilica paleocristiana romana, ma introduce elementi della cultura gotica contemporanea. La navata centrale è più ampia del consueto; le colonne di spoglio creano uno spazio continuo e leggero; in origine l’edificio era coperto da un soffitto a capriate lignee dipinte e illuminato da grandi trifore gotiche, oggi in parte perdute a seguito delle trasformazioni successive.
La facciata e il cavetto: immagini per la città
La facciata, oggi spoglia e severa, era in origine uno dei punti più comunicativi dell’edificio. Un elemento fondamentale era il cavetto, la curvatura superiore della facciata, tipica delle grandi basiliche romane medievali. La sua funzione era proteggere i mosaici collocati nella parte alta, destinati a essere visti da lontano. «Tutte le chiese più importanti e soprattutto per il primo Giubileo ebbero in questa parte superiore dei mosaici», spiega De Angelis, immagini pensate per spiegare ai pellegrini «il significato teologico e di fede» ancora prima dell’ingresso. In una Roma povera e spopolata, queste superfici dorate emergevano come visioni luminose nel paesaggio urbano.
Ad Ara Coeli resta un lacerto significativo sul lato sinistro della facciata, dove si riconosce il sogno di Innocenzo III: il papa vede san Francesco che sostiene la chiesa sul punto di crollare. È un’immagine fortemente programmatica, che lega l’identità francescana della basilica al suo ruolo nella storia della Chiesa.
L’interno: attraversamento, luce, memoria
L’interno della basilica, profondamente trasformato nei secoli, conserva la traccia dell’impianto originario. Entrare in Ara Coeli significava attraversare uno spazio progressivo: dalla penombra della navata centrale si avanzava verso una zona sempre più luminosa, fino al transetto e all’abside.
Qui si trovava uno dei capolavori di Pietro Cavallini, un grande affresco dedicato alla leggenda dell’Ara Coeli, distrutto in età della controriforma con la costruzione del coro quadrato. La decorazione originaria del transetto e dell’abside, per qualità e impostazione, era affine a quella della basilica superiore di Assisi, realizzata negli stessi anni sotto il pontificato del papa francescano Nicola IV.
Il pavimento attuale, realizzato nella seconda metà del Duecento, testimonia una fase di transizione: grandi lastre disposte ad quadratum, secondo un gusto già gotico, con inserti che richiamano la tradizione cosmatesca. In origine, l’intera superficie era occupata da lastre tombali: Ara Coeli era uno dei principali luoghi di sepoltura della nobiltà romana medievale.
Una chiesa vissuta
Come molte chiese medievali, Ara Coeli era uno spazio intensamente vissuto. Le navate laterali erano il luogo della devozione popolare, mentre il centro era riservato alle celebrazioni. Sulle colonne si conservano tracce di antichi dipinti votivi, in parte avvolti e trasformati in altari nei secoli successivi. Anche la colonna con l’iscrizione A cubiculo augustorum rimanda alla leggenda augustea, rafforzando visivamente la memoria del luogo.
Le cappelle gentilizie e il Rinascimento a Roma
A partire dal Quattrocento, a questa dimensione popolare si affianca una nuova stagione di committenze. La basilica viene progressivamente arricchita da cappelle gentilizie, espressione della nobiltà romana che sceglie Ara Coeli come luogo di sepoltura e di rappresentanza. Tra queste, una delle più significative è la cappella Bufalini, dedicata a san Bernardino da Siena, affrescata alla fine del XV secolo da Pinturicchio.
L’artista, reduce dall’esperienza della Cappella Sistina, decide di stabilirsi a Roma, aprendo una bottega e avviando una stagione di intensa attività. La cappella Bufalini rappresenta uno dei momenti più alti di questo percorso: un ciclo elegante e luminoso, costruito su una narrazione chiara, in cui la grazia lineare del disegno e la ricchezza cromatica traducono il linguaggio del primo Rinascimento in un contesto ancora profondamente medievale. All’interno di una basilica segnata da secoli di stratificazioni, la cappella introduce un nuovo registro visivo: non più la grande visione simbolica, ma il racconto ordinato e umano, in cui lo spazio architettonico diventa scena e misura della presenza sacra.
Il Santo Bambino: la voce della tradizione viva
Il legame affettivo più profondo della basilica si concentra nel Santo Bambino dell’Ara Coeli. È l’immagine che più di altre, a Roma, attraversa i secoli senza perdere intimità: un Bambino vestito da re, piccolo e solenne, tenero e autorevole. Un’immagine familiare: per i romani è “er Pupo”, presenza amata, cercata, invocata. Fin dal Quattrocento, il Bambinello diventa il cuore affettivo della basilica, soprattutto nel tempo di Natale.
Come ricorda padre Massimo Cocci, priore e rettore della basilica, «nel 1450 un frate da Gerusalemme ha scolpito l’immagine del Santo Bambino destinata proprio al presepe della Basilica», allora curia generale dei Frati Minori. Padre Cocci sottolinea che «sin dall’inizio i romani si sono molto affezionati a questa sacra effigie», diventata meta privilegiata di pellegrinaggi e invocazioni. L’immagine oggi venerata, precisa, «non è più l’originale», trafugata il 1° febbraio 1994, «ma noi speriamo che torni», e le ricerche da parte dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale sono serratamente in corso.
Ara Coeli, il Natale e il Giubileo
Il rapporto tra Ara Coeli e il Natale è strutturale. Il Santo Bambino nasce per il presepe della basilica e ancora oggi ne rappresenta il cuore simbolico durante le festività. Il 6 gennaio, giorno dell’Epifania, viene portato sul sagrato per la benedizione della città, rinnovando una tradizione antica.
La basilica è legata anche alla storia dei Giubilei, luogo di passaggio per antonomasia dei pellegrini e anche degli stessi Papi durante la processione d’intronizzazione. «Anche nel Giubileo, contemporaneo», ricorda padre Cocci, «Ara Coeli è stata scelta come basilica giubilare, accogliendo celebrazioni e pellegrini, in particolare in occasione degli eventi legati all’Unione Europea».
Un’ascesa che continua
Santa Maria in Ara Coeli non chiede di essere visitata in fretta. Chiede tempo, attenzione, salita. Dai gradini medievali che separano la città dal colle fino al cuore della basilica, ogni passaggio costruisce una distanza dal quotidiano e una prossimità a ciò che lo trascende. Ara Coeli resta fedele alla sua vocazione più antica: essere un punto in cui il cielo non è lontano, ma si avverte come presenza.
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