L'arcivescovo Giuseppe Baturi (foto d'archivio) L'arcivescovo Giuseppe Baturi (foto d'archivio)

Carceri, monsignor Baturi: non sacrificare il rapporto con il territorio

In un’ottica di razionalizzazione degli spazi, il governo ha proposto di ricollocare i circa 750 detenuti sottoposti al regime del 41 bis, il cosiddetto “carcere duro” in istituti appositi, riducendo alcune Regioni come la Sardegna a territori con il solo circuito dell’alta sicurezza. L’arcivescovo di Cagliari e segretario generale della CEI: “Verrebbe meno la fondamentale attività di reinserimento che la Chiesa e gli altri operatori svolgono”

Roberta Barbi – Città del Vaticano

Era il 18 dicembre quando, in una seduta straordinaria della Conferenza Unificata, il governo ha illustrato il nuovo piano di ridefinizione degli spazi detentivi, palesando l’intenzione di destinare i detenuti al 41bis in strutture apposite e non più, come accade oggi, in sezioni separate di istituti di reclusione comuni, che prevedono anche altri circuiti detentivi. Questo comporterà inevitabilmente una maggiore concentrazione di questi in sole sette strutture individuate e in una porzione inferiore di territorio nazionale, riducendo le Regioni coinvolte da otto a cinque. “Questa decisione crea problemi già nell’immediato, con il trasferimento degli altri detenuti e la conseguente difficoltà a mantenere i rapporti familiari”, dichiara ai media vaticani monsignor Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Conferenza Episcopale italiana.

Ascolta l'intervista con mons. Giuseppe Baturi:

Il carcere, luogo per riabilitarsi non dove semplicemente esistere

Tra le altre conseguenze problematiche di questa decisione, c’è il sovraffollamento che inevitabilmente si crea nel momento in cui vanno adeguati i nuovi spazi, e l’interruzione del rapporto con il territorio, fondamentale per un carcere che ottemperi il mandato costituzionale di essere un’esperienza riabilitativa e non punitiva: “Alterare la proporzione dei detenuti presenti significa alterare il lavoro che si fa da anni e toglie la speranza a chi è dentro”, prosegue il presule, che riguardo al regime del 41 bis – il cosiddetto carcere duro – afferma: “C’è un problema di valutazione di questo regime detentivo che dovrebbe essere graduato in base alle esigenze”.

Detenuti in cella (repertorio)
Detenuti in cella (repertorio)

Lo spettro di isola-carcere per la Sardegna

Che questo provvedimento rischi di rendere la Sardegna un territorio periferico e marginale in cui rinchiudere e dimenticare qualcuno come già fu per l’Asinara, è molto chiaro, tanto è vero che in merito è già intervenuto il vescovo di Nuoro, monsignor Antonello Mura che in un editoriale sulla rivista diocesana L’Ortobene aveva denunciato le proprie perplessità in merito a “un trattamento che sa più di annientamento della persona che di rieducazione”. “Le critiche del vescovo di Nuoro sono condivisibili e hanno trovato riscontro in buona parte della società civile”, afferma ancora l’arcivescovo di Cagliari, capoluogo sardo che sarebbe ugualmente messo a rischio da questo provvedimento. “Prima di prendere decisioni del genere dovrebbero essere consultate tutte le parti coinvolte e trovare insieme una soluzione – conclude mons. Baturi – il futuro del carcere esige una presa di responsabilità non solo della politica, ma anche della società civile”.

La questione sanità

Nel dibattito sul tema, una delle argomentazioni con le quali le autorità regionali della Sardegna si sono opposte al governo, è stata quella della sanità sarda che verserebbe in una situazione già piuttosto difficile, che potrebbe essere ulteriormente appesantita anche da un semplice accesso al pronto soccorso di un detenuto al 41bis: “Il tema fa capire che certe soluzioni vanno preparate all’interno di un dialogo con la comunità – interviene ancora l’arcivescovo di Cagliari – tutte le comunità devono assumersi obblighi di solidarietà rispetto al carcere”.

La Croce del Giubileo dei detenuti di Uta

Monsignor Baturi il 31 dicembre scorso ha chiuso l’Anno Santo dedicato alla speranza nel santuario di Nostra Signora di Bonaria alla presenza di una croce in legno di ginepro realizzata dai ristretti della casa circondariale di Uta, che durante il Giubileo ha compiuto un pellegrinaggio attraverso l’isola e che rappresenta “un legame tra coloro che soffrono e chiedono perdono con il resto della società”. Nella sua omelia, il presule ha evidenziato i due momenti fondamentali dell’inizio e della fine dell’Anno Santo, con Papa Francesco che ha aperto una Porta Santa nel carcere di Rebibbia e Papa Leone che ha ricevuto i detenuti di tutto il mondo nell’appuntamento giubilare loro dedicato: “Dobbiamo pregare affinché in futuro ci sia un atto di responsabilità che riconduca il carcere a un luogo in cui la privazione della libertà sia ragionevole e capace di creare percorsi di novità di vita e di riconciliazione”.

La croce realizzata dai detenuti di Uta, Cagliari
La croce realizzata dai detenuti di Uta, Cagliari

Il futuro del carcere nel 2026     

“Ora la politica deve dare risposte su tanti temi che riguardano il carcere – prosegue il segretario generale dei vescovi – l’adeguatezza degli spazi, ma anche i percorsi di riabilitazione, la giustizia riparativa e, perché no, atti di clemenza”. Sugli appelli, finora inascoltati, in merito, di Papa Francesco prima e Papa Leone poi, monsignor Baturi ricorda la proposta di questi giorni, di “un indulto differito, cioè programmato e accompagnato”. L’appello, comunque, resta lo stesso: “Non restare inerti davanti al grido che viene dal carcere”, ha chiosato. 

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12 gennaio 2026, 09:57