Bari, primo Simposio delle Chiese cristiane. Olivero: il dialogo più forte della guerra
Cecilia Seppia – Città del Vaticano
È la prima volta che si incontrano i delegati delle comunità cristiane in Italia. Cento in tutto, protagonisti del Simposio senza precedenti, che riunisce a Bari le Chiese della Penisola. Non a caso “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” è il tema, filo conduttore, della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che Papa Leone concluderà domenica 25 gennaio, con la celebrazione dei Vespri. E in questo versetto, tratto dalla Lettera di San Paolo apostolo agli Efesini, c’è anche l’intento con cui rappresentanti delle diverse confessioni cristiane - aree cattolica, ortodossa, anglicana, evangelica, pentecostale e protestante - si ritrovano nel capoluogo pugliese, culla del dialogo, non per un convegno di studio o di approfondimento, ma per un incontro di azione e collaborazione per la coesione sociale e il bene comune in un periodo storico fratturato da conflitti e polarizzazioni. In una parola, facile a scriversi, difficile a farsi: la pace, tutt’altro che apparente. Culmine del Simposio, la firma del Patto fra le Chiese cristiane in Italia che si alleano al servizio del Paese “dando un contributo significativo e testimoniando che le differenze non sono un ostacolo ma un patrimonio da valorizzare in una società che ha bisogno urgente di comunione e speranza”, spiega ai media vaticani il vescovo di Pinerolo, monsignor Derio Olivero, presidente della Commissione episcopale Cei per l’ecumenismo e il dialogo. “Troppe volte - aggiunge - anche nelle nostre realtà, le religioni sono percepite come elemento di divisione o addirittura causa di guerre. Non solo. C’è chi le ritiene fattore di terrorismo o perlomeno volano dei nazionalismi. In Italia vogliamo dimostrare che le comunità cristiane sono capaci di unirsi e quindi di essere un propulsore per unire la società, per disinnescare i conflitti, per promuovere l’accoglienza”.
Le Chiese motore di pace
Da un lato - nota il vescovo di Pinerolo - c’è un mondo in tempesta tra guerre, ingiustizie, soprusi e abusi, un mondo polarizzato che fatica a trovare il centro e costruisce muri anziché ponti, dall’altro c’è chi è alla ricerca di una via percorribile per l’intera famiglia umana all’insegna della fratellanza, e manifesta un forte desiderio di riconciliazione e pace: “Questo Simposio vuole aiutare le Chiese a riprendere fiducia nel dialogo, a riappassionarsi non alle ‘chiacchiere’ ma al dialogo sincero e onesto che sa riconoscere le difficoltà, ascoltare l’altro e insieme trovare soluzioni, senza essere comunità autoreferenziali. Forse negli ultimi anni, anche per i recenti sviluppi geopolitici, si è abbassata la fiducia nella forza del dialogo, dunque vogliamo ribadire la certezza che le Chiese che dialogano tra loro, e un domani anche le religioni, sono realmente un motore di pace. Altro snodo è la necessità di affrontare alcuni aspetti ancora problematici delle nostre differenze che possono essere all’origine di tensioni o sofferenze: penso all’ospitalità eucaristica o alla religione cattolica nelle scuole”.
Il Patto e il terreno di azione
A proposito del Patto monsignor Olivero sottolinea la rilevanza di quello che è il terreno di azione comune: “In primo luogo - afferma - dobbiamo mantenere la relazione, qualunque cosa capiti anche al di fuori dell’Italia. La coesione sociale non si fa con le parole e l’ecumenismo non è una qualche operazione di ingegneria sociale, ma necessita un lavoro continuo su temi come la pace, la giustizia, la solidarietà tra gli uomini e le donne del nostro tempo; la tutela della dignità umana, perennemente sfregiata; l’accoglienza dei poveri, degli emarginati e dei migranti; e ancora la lotta contro l’antisemitismo, l’islamofobia e ogni altra forma di discriminazione religiosa. Bisogna lavorare per ridurre il più possibile le cose che dividono, che fanno soffrire”.
Il coraggio del dialogo
Tra i cento delegati provenienti da nord a sud del Paese, nella città ecumenica che unisce Oriente Occidente, c'è anche una delegazione della Chiesa ortodossa russa, assente all'incontro di Nicea con il Papa per i 1700 anni del Primo concilio, lo scorso novembre durante il viaggio apostolico in Turchia. Un fatto, afferma il vescovo, che va verso il risanamento di fratture acuitesi con la guerra in Ucraina: “Sicuramente questa presenza ci rallegra tantissimo perché risponde a quella volontà su cui vorremmo lavorare, per far si che le religioni si sgancino da ogni riferimento nazionalistico, particolaristico, perché noi crediamo seriamente che il cristianesimo in tutte le sue forme è universale, e come tale aperto e non chiuso ed escludente. A livello mondiale si sono registrate profonde fratture, partendo dal mondo ortodosso. Ma a noi sta a cuore ribadire che c’è una via italiana dell’ecumenismo capace di andare oltre certi dissidi. Il Patto indica la volontà di mantenere sempre aperta la porta del dialogo e di assumerci la responsabilità che non si facciano passi indietro. Io credo che il coraggio del dialogo sia molto più grande e difficile del coraggio della guerra, noi credenti dovremmo esserne assolutamente persuasi e solo così potremmo essere di esempio: un cristiano diviso dal fratello non è un cristiano".
Ecumenismo e laicità
Monsignor Olivero propone allora una visione aggiornata di “ecumenismo nella differenza” che possa allargarsi e coinvolgere anche il mondo variegato dei non credenti: “non solo un dialogo tra noi, ma anche un serio dialogo all'esterno, nello spazio pubblico. É lì che dobbiamo far vedere la nostra apertura e la nostra capacità di dialogare”. Altra scommessa del Simposio di Bari è quella di offrire un nuovo modo di vedere la laicità spesso interpretata alla stregua della laicité francese, ovvero uno spazio pubblico neutro, dove le religioni non possono entrare né dare un loro contributo. “Invece è opportuno che le fedi abbiano piena cittadinanza e siano una presenza vigile e generativa. Vale la pena venire fuori da quell'idea che è figlia del 1600 e iniziare sempre di più a concepire lo spazio pubblico come un luogo dove tutti i soggetti possono stare, entrare, dialogare, collaborare, compresi i soggetti religiosi. Certo, le chiese, e in primis la nostra chiesa cattolica, deve imparare a stare in questa dimensione, anche in punta di piedi, non come quella che pretende, ma quella che nello spazio pubblico può offrire qualcosa di valido per il cammino e la coesione sociale”. Basta pensare a quanto si è fatto insieme per la Casa comune in questi anni dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco e quanto ancora si sta facendo, cristiani e laici insieme per risolvere la questione ambientale. Lo spazio pubblico si è popolato di credenti, prima ancora dei cattolici, gli ortodossi e i protestanti sensibili al tema, e non credenti, per mettere al riparo la Terra dalla distruzione operata dall’uomo dando vita ad un’ecologia che non è solo ambientale ma anche sociale. Altro terreno di impegno comune quello dell’assistenza ai più vulnerabili (malati, poveri, migranti), nota il presule.
La religione non divide
In questo scenario di convergenze e intenti programmatici per rendere possibile la pace, è fondamentale però disinnescare anche tutti quei pregiudizi che in Italia e nel resto del mondo vedono la religione come un elemento di divisione, un fattore di terrorismo, la giustificazione di troppe assurde guerre che si combattono in nome di Dio, ma per il presidente della Commissione episcopale Cei per l’ecumenismo e il dialogo, esiste un antidoto: “Bisogna andare controcorrente, ristabilire il valore della fede. Non è vero che religione equivale a divisione. Spesso coloro che agiscono in questo modo sono piccoli gruppi. Penso al terrorismo di matrice islamica, non sono tutti i musulmani. O a certi integralismi legati ad altre religioni: sono frange, fazioni, ma nella stragrande maggioranza del popolo di Dio questo sentimento non esiste”. L’alleanza, nuova e antica al tempo stesso, che si evince dal Patto firmato a Bari, contempla anche la lotta ad ogni forma di discriminazione che vede sempre più cristiani uccisi a motivo della loro fede e un rinnovato annuncio del Vangelo negli angoli più remoti e difficili del mondo. “Spesso - conclude monsignor Olivero - valutiamo la crisi del cristianesimo in Occidente come crisi di quantità, ossia come assottigliamento dei numeri. Invece, è una crisi di qualità: serve, cioè, comprendere quanto siamo all’altezza di annunciare la novità disarmante del Vangelo e come possiamo farlo in modo nuovo riaccedendo la speranza. Ecco perché il 2033, Giubileo della Redenzione, a cui il Papa ha dato appuntamento alle Chiese cristiane dopo Nicea, ci deve già interrogare e stimolare”.
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