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Il comune di Niscemi in Sicilia colpito dalla frana Il comune di Niscemi in Sicilia colpito dalla frana  (AFP or licensors)

Maltempo e calamità in Italia, la CEI: urgente prendersi cura del Creato

Dopo la frana di Niscemi e altri eventi legati al passaggio del ciclone Harry in Sicilia, Calabria e Sardegna, mentre il governo lavora al decreto per l’assegnazione delle risorse alle regioni colpite, i vescovi italiani esprimono solidarietà alle popolazioni e incalzano sull'urgenza della questione ambientale. Caritas Italia lancia una raccolta fondi per sfollati e persone vulnerabili

Cecilia Seppia e Alessandro Guarasci – Città del Vaticano

Vicinanza, solidarietà concreta ma anche un monito a prendersi cura della Casa comune, senza più procrastinare interventi di messa in sicurezza di zone considerate altamente a rischio. È il cuore del messaggio della Conferenza Episcopale italiana per le popolazioni di Calabria, Sicilia e Sardegna, colpite dalla furia del ciclone Harry "colpevole" della tragedia di Niscemi, il comune in provincia di Caltanissetta, che continua a sgretolarsi franando verso la piana di Gela. Frana che ha un fronte di oltre 4 chilometri e ha già provocato ingenti danni oltre allo sfollamento di 1.500 persone che non potranno più rientrare nelle proprie case a tempo indeterminato. “Esprimiamo solidarietà e prossimità, ricordando che la questione ambientale è inscindibile da quella sociale: per avere a cuore la società dobbiamo prenderci a cuore il creato, che non è un semplice scenario, ma il frutto di una interazione tra l’uomo e la natura”, si legge nel messaggio in cui monsignor Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della CEI, afferma di essere in stretto contatto con le chiese locali per portare aiuto alla popolazione. Attiva anche la Caritas che attraverso il Servizio Emergenze, lancia una raccolta fondi nazionale per finanziare interventi di sostegno a vantaggio degli sfollati e delle persone più vulnerabili.

Niscemi peggio del Vajont

"L’intera collina sta crollando, la situazione è altamente critica. Bisognerà definire un piano per la delocalizzazione definitiva di chi a Niscemi ci viveva, ed è in corso un censimento delle persone che vanno sostenute", spiega il capo della Protezione civile, Fabio Ciciliano, secondo il quale il movimento franoso del piccolo comune è peggio di quello del Vajont: “Stiamo parlando di un movimento franoso di circa 350 milioni di metri cubi. Il disastro del Vajont del 1963 ne ha movimentato 263 milioni. Quindi tecnicamente siamo quasi una volta e mezza la quantità di montagna franata”. La Procura di Gela ha aperto un procedimento penale per disastro colposo e danneggiamento seguito da frana, a carico di ignoti. Solo ieri mattina la premier Giorgia Meloni ha sorvolato in elicottero le zone colpite dal maltempo in Sicilia ed è poi arrivata a Niscemi per una riunione in Municipio. "Quanto accaduto per la frana del 1997 non si ripeterà, il governo agirà in maniera celere", è la rassicurazione fatta dal presidente del Consiglio, che poi si è spostata a Catania per un vertice con le istituzioni locali sui danni causati dal ciclone Harry. Intanto, però la stima resta da definire ma da quanto emerge, nessuno dei 46 progetti per il contrasto al dissesto idrogeologico in Sicilia finanziati col Pnrr riguarderebbe la frana di Niscemi per la quale l’esecutivo ad oggi ha stanziato 100 milioni di euro, un primissimo aiuto emergenziale, di certo non sufficiente. Il governo di Roma però sta lavorando ad un decreto legge per l’assegnazione delle risorse alle regioni colpite dal maltempo. Le scuole restano chiuse in via precauzionale e non è certo quando i bambini potranno tornare sui banchi di scuola; fortemente compromessa risulta la viabilità di due strade provinciali su tre; c’è il problema della rete energetica, particolarmente del gas, su cui i lavori sono iniziati immediatamente. “Finché non si ferma la frana il lavoro sulla messa in sicurezza e sulla ricostruzione totale non si può iniziare. Ci siamo dati appuntamento tra massimo due settimane sperando che chiaramente le condizioni meteo permettano soprattutto alla sabbia e all'argilla di asciugarsi e quindi di sedimentare la situazione", ha detto ancora Meloni.

Un territorio fragile

“Non è soltanto la Sicilia, l’Italia è un territorio storicamente fragile e tettonicamente attivo”, dice ai media vaticani Daniele Spizzichino, ingegnere e ricercatore dell’Ispra, l’Istituto per la protezione ambientale. “La Penisola ha un problema di pericolosità geomorfologica abbastanza evidente: parliamo di un terreno giovane innanzitutto, il 94% dei comuni è a pericolosità da frana, pericolosità idraulica, valanga o costiera. E abbiamo circa 1 milione 300 mila abitanti che vivono in queste aree, e 6,8 milioni di cittadini a rischio alluvioni.  A questo associamo altri due aspetti: il cambiamento climatico, e la vulnerabilità del costruito. In Italia si comincia a parlare di uragani o di cicloni mediterranei, un termine che era sconosciuto fino a poco fa, in pratica abbiamo nel Mediterraneo un hot spot del cambiamento climatico, del trend di aumento di temperatura, con fenomeni legati spesso a zone tropicali; e poi un’urbanizzazione non adeguata, soprattutto negli anni '50 e '70, si è costruito in zone dove non si doveva costruire, quindi stiamo adesso pagando lo scotto di queste componenti e dobbiamo correre ai ripari”.

Ascolta l'intervista a Daniele Spizzichino dell'Ispra

Fondamentale sarebbe reagire nel più breve tempo possibile a una forma di abusivismo e di cementificazione del suolo che nel corso degli ultimi anni è andata avanti e per evitare di ritrovarsi a gestire le emergenze. “Questo è un problema non indifferente - aggiunge Spizzichino - nel senso che l'impermeabilizzazione e la sottrazione delle aree naturali per urbanizzazione, riguarda non solo i piccoli centri abitati, ma anche le città, quindi il ridare spazio alla natura, al verde in contesti urbani è fondamentale per quanto riguarda l'adattamento sia al cambiamento climatico, sia agli effetti del cambiamento climatico”.

Monitoraggio, allerta e comunicazione

Importante è anche aumentare i fondi, anche se negli ultimi 25 anni i governi che si sono succeduti hanno stanziato più di 20 miliardi per oltre 26mila interventi, e investire principalmente nelle due principali strutture degli interventi di mitigazione. “Da un lato gli interventi strutturali, che agiscono nel medio e lungo periodo, e riguardano la parte idraulica, i muri, i pali, tutti gli interventi di tipo ingegneristico classico e quelli vanno fatti, però hanno dei tempi un po' più lunghi; nel medio periodo, in questo contesto quello che va fatto è esagerare il più possibile quelli che si chiamano ‘interventi non strutturali’, che riguardano il monitoraggio, l'allerta e la comunicazione con le persone: monitoraggio e allerta ci permettono di avere un po’ più di tempo per gestire eventuali emergenze che sono molto frequenti; la comunicazione con la popolazione è fondamentale perché rendere edotti gli abitanti di un'area che si trova esposta, fa mettere in atto in situazioni di pericolo, dei comportamenti che sono più virtuosi e che riducono il danno, quindi bisogna essere consapevoli del livello di pericolosità e di rischio a cui si è esposti per reagire in maniera corretta prima e dopo un evento calamitoso o emergenziale”.

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29 gennaio 2026, 18:30