John Main e l’eredità del silenzio
Fabio Colagrande – Città del Vaticano
Celebrare un centenario non significa soltanto ricordare una figura del passato, ma interrogare ciò che di quella esperienza continua a parlare al presente. È in questa prospettiva che la Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana (World Community for Christian Meditation, WCCM) ha aperto l’anno dedicato a John Main, monaco benedettino irlandese nato a Londra cento anni fa, il 21 gennaio del 1926, la cui ricerca spirituale ha contribuito a riportare al centro della tradizione cristiana la pratica della meditazione silenziosa.
John Main resta, ancora oggi, una figura relativamente poco conosciuta in ampi settori del mondo cattolico. Eppure, come osserva Giovanni Giambalvo Dal Ben, oblato della WCCM e autore del volume L’orecchio del cuore, la sua collocazione nella storia spirituale del Novecento è tutt’altro che marginale. Il monaco benedettino Bede Griffiths, che lo conobbe personalmente, lo definì una delle più importanti guide spirituali del suo tempo. La sua vita fu segnata da viaggi, incontri e ricerca interiore. Main seppe coniugare la tradizione contemplativa cristiana con una sensibilità aperta al dialogo con l’Oriente, senza mai uscire dall’alveo ecclesiale. La sua proposta centrale fu quella di una preghiera silenziosa, semplice, fondata sulla ripetizione di una parola sacra, da praticare ogni giorno con fedeltà.
La nascita di una comunità
Dopo la morte di John Main, avvenuta nel 1982 a soli cinquantasei anni, la sua eredità spirituale continuò a diffondersi attraverso gruppi di meditazione sorti spontaneamente in diversi Paesi. Nel 1991, durante il John Main Seminar, nacque ufficialmente la World Community for Christian Meditation, sotto la guida di Laurence Freeman, monaco benedettino e suo diretto discepolo. La Comunità non si presenta come un ordine religioso né come un movimento strutturato. È piuttosto una rete di piccoli gruppi che incarnano quella che Main chiamava l’idea di un “monastero senza mura”: una forma di vita contemplativa integrata nella quotidianità laica.
Nel messaggio diffuso per l’apertura del centenario, Freeman ha ricordato come la WCCM non sia mai stata pensata come un’istituzione conclusa, ma come un processo vivo: «Da cinquant’anni è un divenire, una comunità che testimonia la forza originaria, personale e cosmica, dell’amore. Inclusiva, capace di perdonare, coraggiosamente de-polarizzante». La celebrazione, ha spiegato, non è nostalgia, ma atto di speranza: «Celebriamo perché, qualunque cosa possa esserci di negativo o spaventoso nelle nostre vite, riconosciamo sempre un legame con una direzione e uno scopo fondamentali».
Una spiritualità essenziale
La spiritualità di John Main è caratterizzata da un’estrema semplicità. Meditare ogni giorno, nel silenzio, con fedeltà. Accettare di non controllare il Mistero, ma di lasciarsi abitare. La meditazione diventa così una forma di trasformazione interiore progressiva, che non promette risultati immediati ma educa alla perseveranza e all’ascolto. Nel suo volume, Giambalvo sottolinea che la meditazione cristiana non è un fine in sé, ma un mezzo: uno strumento per entrare in una relazione più vera con Dio e con sé stessi. È una disciplina accessibile, ma esigente, che invita a perdere il controllo e ad affidarsi a un viaggio interiore di semplificazione della mente e di purificazione del cuore.
Per Freeman, proprio questa semplicità rappresenta oggi una via di speranza: «Più sentiamo di trovarci in un declino collettivo, più profondamente dobbiamo attingere al pozzo interiore della saggezza e della speranza». La meditazione quotidiana, aggiunge, genera una metanoia silenziosa che si riflette nelle relazioni, nella responsabilità verso gli altri, nella capacità di attraversare i tempi oscuri senza disperare. Secondo Laurence Freeman, attuale guida spirituale della Comunità, la meditazione cristiana offre oggi uno spazio di interiorità in un contesto segnato da accelerazione e dispersione. Non si tratta di evasione, ma di attenzione. Non di fuga, ma di radicamento. Un pellegrinaggio verso il cuore, in silenzio e amicizia. La meditazione, nella prospettiva di John Main, non ha come obiettivo l’efficienza spirituale, ma la trasformazione dello sguardo. È un cammino di semplificazione che mira a ridurre l’ego e ad aprire alla comunione.
Freeman invita a vivere questa esperienza non in solitudine ma in relazione: «Sedetevi insieme, condividete ciò che temete, ciò che sperate e ciò a cui vi sentite chiamati». La comunità diventa così luogo di ascolto reciproco, laboratorio di umanità rinnovata. Si potrebbe dire che la "Meditazione crea Comunità", parafrasando il titolo del libro di Bede Griffith che raccoglie gli atti del sopra ricordato John Main Seminar del 1991.
Il futuro della religione
Il tema scelto per il centenario, “Il futuro della religione”, invita a una riflessione più ampia. Per John Main, la religione non è chiamata a possedere il Mistero, ma a custodirne l’apertura. La meditazione non fornisce risposte, ma educa all’ascolto. Non costruisce sistemi, ma forma persone capaci di sostare nel silenzio senza fuggirlo. Freeman sintetizza questa prospettiva in una formula essenziale: «La religione deve servire e aprire il Mistero, non controllarlo o definirlo. La rivoluzione contemplativa è la via, ed è già in atto». Espansione, approfondimento e connessione sono, per lui, le tre coordinate di questo futuro: aprirsi a nuovi cercatori, scendere più in profondità nel silenzio, e collaborare con altri per “riumanizzare” l’umanità. In questa prospettiva, la meditazione diventa anche gesto sociale: proposta di fede, speranza e umanità nell’educazione, nella sanità, nella cura del creato, nel contrasto all’avidità e alla violenza politica, e soprattutto nel contatto semplice con le persone emarginate.
Nella prefazione al suddetto libro di Giambalvo Dal Ben, Freeman riassume questa prospettiva con un’immagine efficace: solo chi impara ad ascoltare con l’orecchio del cuore può davvero cominciare a vedere con l’occhio del cuore. A cento anni dalla sua nascita, John Main continua così a essere letto non come fondatore di un movimento, ma come testimone di una possibilità: che la fede cristiana possa ancora parlare attraverso il silenzio, e che proprio in questa forma discreta possa ritrovare una delle sue espressioni più essenziali.
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