Gregoriana, un convegno in vista della Giornata per il dialogo cattolici-ebrei
Federico Piana - Città del Vaticano
In vista della 37ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, che si celebrerà il prossimo 17 gennaio, mercoledì 14 gennaio si è svolto a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana, un incontro ebraico-cristiano che ha ricalcato lo stesso tema scelto per la Giornata: “«In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gn 12,3). Sessant’anni di Nostra Aetate”.
Confronto aperto
All’evento, promosso dall’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della diocesi di Roma con la Comunità ebraica di Roma ed in collaborazione con il Centro cardinal Bea per gli studi giudaici dell’Università Gregoriana, hanno preso parte il professor Massimo Gargiulo, pro-direttore del Centro cardinal Bea, Riccardo Di Segni, rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, e monsignor Ambrogio Spreafico, biblista e vescovo emerito di Frosinone-Veroli-Ferentino-Anagni-Alatri. A moderare l’incontro è stato monsignor Marco Gnavi, responsabile dell’Ufficio per l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e i nuovi culti della diocesi di Roma che, nella sua introduzione, ha voluto ricordare come questo incontro si inserisce anche nel solco del 60mo anniversario della promulgazione della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane.
Letture sinergiche
«Questo incontro in un anno così difficile — ha detto monsignor Gnavi — assume un significato profondo a partire dalla volontà congiunta dell’Unione delle comunità ebraiche italiane e della Conferenza episcopale italiana non solo di proseguire il dialogo ma di approfondirlo a partire dal tema scelto. La benedizione di Abramo e di tutta la sua discendenza viene letta in maniera sinergica ma distinta, secondo le diverse sensibilità, da parte cattolica e da quella ebraica, sentendo la responsabilità di rispondere per il bene comune dei popoli».
Di Segni: "Benedizione, espressione di lode"
La benedizione, ha spiegato Di Segni durante il suo intervento, rappresenta «un'espressione di lode: rivolgersi a Lui con un approccio di gratitudine. Un ebreo osservante, ogni giorno, deve recitare almeno cento benedizioni. E come lo fa? Iniziando la mattina con il libro delle preghiere e continuando per tutta la giornata. Anche quando consuma un alimento benedice Dio che glielo ha dato». Ma Dio stesso, ha aggiunto Di Segni, «benedice gli uomini e chiede ai suoi sacerdoti di farlo. E loro lo fanno abitualmente con una formula che si trova nel Libro dei Numeri al capitolo 6».
Spreafico: "La chiamata di Abramo è universale"
Il tema dedicato alle benedizioni è stato letto da monsignor Spreafico proprio in relazione all’anniversario di Nostra Aetate. «Il documento — ha ricordato nel suo intervento — è frutto di molti uomini e donne che lo prepararono favorendo l’incontro e la mutua comprensione tra cattolici ed ebrei. Ma non si può non sottolineare che furono i padri conciliari, sotto la guida sacra prima di Giovanni XXIII e poi di Paolo VI, con la collaborazione di persone illuminate, a scrivere questo testo che in origine doveva riguardare solo i cattolici e gli ebrei, mentre finì per includere il rapporto della Chiesa con le altre religioni». E questa scelta, ha spiegato Spreafico, ha dato valore al fatto che esiste una «particolarità nella chiamata di Abramo che si estende ad una universalità che abbraccia tutte le genti. Così, le vie dell’universalità e delle benedizioni si sono differenziate nella storia e nella loro realizzazione. Sopratutto ebrei, musulmani e cristiani hanno accolto quella benedizione dando ad essa una direzione nuova e sviluppandola all’interno di tante comunità».
Gargiulo:"Il dialogo parte dal basso"
Nel contesto mondiale dominato da guerre, tensioni ed incomprensioni tra governi e religioni, la prossima Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei assume un duplice significato, «prima di tutto — ha spiegato Massimo Gargiulo — quello istituzionale e poi quello che viene dalle persone, dal basso, perché il dialogo lo fanno loro, con la buona volontà di chi, nonostante tutto, vuole incontrarsi e cercare di punti di contatto piuttosto che di divisione».
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