Sion e Bologna unite nella preghiera per le vittime di Crans-Montana
Giovanni Zavatta - Città del Vaticano
Dove trovare la stella che guidi fuori dall’oscurità della sofferenza, della morte, dell’insensatezza, la luce che aiuti a vedere più chiaramente? È la domanda che ha accompagnato l’omelia del vescovo di Sion, Jean-Marie Lovey, il quale ieri, domenica 4 gennaio, ha presieduto la messa per la solennità dell’Epifania del Signore nella cappella di Saint-Christophe a Crans-Montana, in memoria delle vittime dell’incendio avvenuto a Capodanno nel comune elvetico che ha provocato quaranta morti (in gran parte giovanissimi e sei di essi italiani) e un centinaio di feriti. Alla presenza di decine e decine di fedeli e dei responsabili della Chiesa riformata, Lovey ha concelebrato assieme al presidente della Conferenza episcopale svizzera, monsignor Charles Morerod, e ad altri presuli.
Lovey: Insopportabile rimanere nell'oscurità
Dopo aver letto il Vangelo secondo Matteo e ricordato il percorso dei Re Magi venuti dall’Oriente per adorare Gesù Cristo, il vescovo di Sion ha detto che «oggi dobbiamo chiedere la grazia di essere, a nostra volta, guardiani della luce. Di fronte all’eclissi che oscura il cielo del nostro cantone, del nostro Paese, è insopportabile per tante famiglie rimanere nell’oscurità. La presenza di una luce che attrae e illumina diventa cruciale. È al centro della nostra ricerca, della nostra domanda: chi ci mostrerà la luce?». Monsignor Lovey spiega che ognuno contribuisce in modo essenziale e cita i soccorritori, i paramedici, il personale ospedaliero, la polizia, i vigili del fuoco, le autorità politiche e giudiziarie, cioè «tutti coloro che si sono impegnati con professionalità e grande generosità»: anch’essi «forniscono elementi che gradualmente ci aiutano a vedere più chiaramente». Ognuno di noi «possiede le proprie riserve di oro, incenso e mirra», ha osservato il presule riferendosi ai doni dei Magi: «Cerchiamo di capire in cosa consistono, dove li conserviamo. E li riverseremo davanti a Dio, sapendo che Dio non è altrove se non dove un figlio di questa terra soffre. Li abbiamo tutti intorno a noi; sono lì, sul nostro cammino». Ma non si può fare ritorno al proprio paese (come fecero i Re venuti dall’Oriente), «non possiamo tornare alla nostra vita quotidiana — ha detto ancora Lovey — senza abbracciare con compassione tutti coloro che sono stati colpiti dalla tragedia di Crans-Montana. Per tutti coloro che hanno perso un figlio, un fratello, una sorella, un amico, il loro cammino non sarà più lo stesso. Voi, cari amici, dovrete ritrovare la strada per tornare alla vostra vita quotidiana. La preghiera di questa assemblea, l’amicizia che si nutre di incontri, ma anche l’incontro con Cristo Gesù che si è fatto uno di noi: tutto questo sarà una luce sul vostro cammino, una manifestazione della presenza divina».
Zuppi: nella sofferenza la vicinanza di Dio
Anche a Bologna, ieri pomeriggio, si è svolta un’intensa cerimonia in memoria delle vittime, in particolare del sedicenne Giovanni Tamburi che viveva nel capoluogo emiliano. A guidare la preghiera nella chiesa di Sant’Isaia è stato l’arcivescovo, cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, accompagnato nella riflessione da don Vincenzo Passarelli, fino all’anno scorso insegnante di religione del giovane al liceo «Righi». Erano presenti alcuni familiari, amici, compagni di scuola e docenti. «Soltanto il mistero dell’amore di Dio, davanti a una tragedia così inaccettabile, può aiutarci a vedere la luce dove altrimenti ci sarebbe solo oscurità», ha affermato Zuppi: «Il Signore non porta via le persone ma le dona nell’amore che non finisce. Questo momento di preghiera si estende a tutte le vittime, ai morti, ai feriti e ai loro cari, perché le lacrime e la sofferenza sono tutte uguali. Forse il mondo sarebbe migliore se lo ricordassimo sempre». Di fronte al mistero delle tenebre, aveva dichiarato l’arcivescovo di Bologna appresa la tragica notizia, «vediamo il lustro della dolce luce del Natale di Dio che manda suo Figlio perché la sofferenza, ingiusta e incredibile, sia sempre accompagnata dalla sua vicinanza».
Il cordoglio di Bartolomeo
Fra i messaggi di cordoglio giunti alle autorità elvetiche c’è quello del patriarca ecumenico Bartolomeo che ha espresso «le più sentite condoglianze, la più profonda solidarietà e il sostegno della Chiesa Madre, pregando affinché Dio onnipotente dia riposo alle anime delle vittime e sostenga le loro famiglie e i loro cari nel loro profondo dolore, così come l’intero popolo svizzero sconvolto».
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