Mozambico, alla scuola di Kirikù: uno spazio di accoglienza per i più fragili
Antonio Tarallo - Città del Vaticano
"Tutto ebbe inizio nel 2006. Camminando nei quartieri di periferia ci imbattemmo in una realtà che interrogava profondamente la coscienza: molti bambini vivevano sulle strade, abbandonati a se stessi, esposti a pericoli di ogni genere e privi di punti di riferimento. Sentimmo allora l’urgenza di offrire loro un’alternativa concreta. Nacque così l’idea di riunirli nello spazio della nostra missione, per donare un tempo diverso, protetto, lontano dai rischi della strada. Da questa intuizione prese forma l’Oratorio Kirikù: un tempo e uno spazio di accoglienza, di formazione umana e successivamente anche di rinforzo scolastico, dove i bambini apprendono giocando". È la voce di suor Franca Bottin, delle “Pastorelle” di Gesù Buon Pastore (congregazione nata nel 1938 grazie all’ispirazione del beato Giacomo Alberione), responsabile dell’Oratorio Kirikù, in Mozambico, nella provincia di Cabo Delgado. Sono trascorsi vent’anni e l’attività di questa struttura è andata sempre più consolidandosi: è un progetto che non è solamente una delle tante attività che impegnano la congregazione paolina ma qualcosa di più profondo. Si potrebbe definire, per usare una metafora, “dilatazione del cuore nella carità”. E ciò si capisce da come suor Franca ne parla. Passione e cura, fede e speranza, impegno concreto e tanto amore: tutto ciò vive nei suoi racconti.
Un luogo di incontro e crescita
L’Africa è stata sempre nei suoi sogni, fin da bambina, fin da quando non pensava che la sua vita sarebbe stata interamente dedicata al Signore. Dal 2002 è proprio qui che sta svolgendo il suo servizio: "Il Mozambico usciva da due guerre, la prima contro i portoghesi, la seconda, quella civile, durata fino al 1992. Tutto era da ricostruire anche a livello ecclesiale. Allora, come oggi, i problemi da risolvere sono molti e urgenti: necessitano scuole organizzate con professori preparati per dare una formazione solida affinché la popolazione possa affrontare il futuro con una preparazione adeguata in tutti i campi. L’analfabetismo è ancora da sconfiggere. Troppa gente non sa leggere, i bambini spesso sono privati della scuola per la necessità di andare per le strade a vendere qualcosa per poter mangiare", spiega Bottin ai media vaticani. Ed è per rispondere a questo scenario devastante che è nato l’Oratorio Kirikù, una casa aperta, un luogo di incontro e di crescita dove ogni giorno vengono accolti bambini e ragazzi fino ai 15 anni. Dal lunedì al venerdì, dalle 13 alle 16.30, l’oratorio diventa per loro uno spazio sicuro dove sentirsi accolti, ascoltati e accompagnati nella crescita. C’è poi il doposcuola che aiuta i bambini a scoprire le proprie capacità e a sviluppare il senso di responsabilità. Attraverso il gioco educativo, imparano divertendosi: farlo insieme diventa un modo per crescere, condividere, rispettare le regole e costruire relazioni sane basate su amicizia e solidarietà.
La speranza tra le ferite
I racconti di suor Franca sono tanti, tra ricordi e visioni future. Immagini del passato che porta nel cuore e che con viva emozione racconta: «C’è stato un momento in cui, per alcune difficoltà sia come comunità sia come diocesi, si stava prospettando di chiudere la comunità. Ma il Signore sorprende sempre: al termine di un incontro comunitario, suona il campanello della porta. Era una giovane, accompagnata dal papà, che chiedeva di farsi suora. È stato un segnale chiaro che Dio ci chiedeva di rimanere. E così, in seguito, sono giunte altre giovani». Suor Verónica Atanásio è una di esse. Ha 36 anni ed è nata proprio in quei luoghi dove crescere e avere speranza nel futuro è difficile: "Ho conosciuto le Pastorelle di Gesù Buon Pastore grazie a un catechista del mio Paese d’origine. Un giorno mi parlò della congregazione in modo semplice ma profondamente incisivo. Dopo un periodo di discernimento, compresi che era questo il mio posto: era qui che il Signore mi voleva. Accanto alle sorelle paoline, accanto ai miei fratelli che sono nel bisogno. Operare come religiosa autoctona in Mozambico significa vivere una vocazione che nasce dalla stessa terra, dalla stessa storia, dalle stesse ferite del popolo che servo. Non sono una missionaria venuta da fuori ma una figlia di questa terra, cresciuta tra le stesse tradizioni, difficoltà e speranze delle persone che incontro ogni giorno. Ciò rende la missione profondamente incarnata: non si tratta solo di annunciare il Vangelo ma di viverlo dall’interno della cultura e della realtà sociale del Mozambico", spiega la religiosa. Ma questa particolare condizione comporta una grande responsabilità: essere segno di speranza. "Le persone vedono in me — continua suor Verónica — la possibilità concreta che anche una giovane mozambicana doni la vita a Dio e al servizio degli altri. Questo rafforza la fiducia, crea vicinanza e apre il cuore all’ascolto. La missione non è percepita come qualcosa di estraneo ma come una risposta che nasce dall’interno della comunità stessa".
La missione come presenza
Dal 2017 la provincia di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, è segnata da un conflitto armato che ha provocato lo sfollamento di migliaia di famiglie, costringendo intere comunità ad abbandonare casa e terra. Le radici. Le conseguenze di questa guerra colpiscono soprattutto i più fragili: bambini e donne, esposti alla povertà estrema, alla perdita di ogni sicurezza e, in molti casi, al rischio della tratta e dello sfruttamento. Molte di queste famiglie fuggono in cerca di speranza, di un luogo dove rinascere. Atanásio ricorda un episodio legato alla sua esperienza a Pemba, città portuale capoluogo della provincia di Cabo Delgado: "Durante una visita a un centro che accoglie famiglie sfollate a causa del conflitto, ho incontrato una donna con i suoi figli. Aveva perso il marito durante un attacco armato e aveva camminato per giorni per raggiungere un luogo sicuro. Non possedeva quasi nulla ma nei suoi occhi c’era una forza silenziosa. Durante la nostra conversazione mi ha preso la mano e mi ha detto: 'Il fatto che tu sia qui, che tu parli la mia lingua e che tu capisca la mia storia, mi fa sentire che Dio non ci ha dimenticato'. In quel momento ho capito che la missione non consiste sempre nel fare grandi cose ma nel semplice essere presenti, nel condividere il dolore e far sentire all’altro che non è solo".
I volontari accanto alle suore
Anche le Suore di Gesù Buon Pastore non sono sole nella loro missione. Grande è il contributo dei laici del luogo e di alcuni volontari missionari, come Carlo Lupi, residente a Vimodrone, in provincia di Milano, sposato e padre di due figlie. Aiuta le sorelle paoline costruendo case per le famiglie sfollate. Le costruisce con i mattoni, non solo quelli di argilla ma soprattutto con quelli del cuore, aiutato da volontari locali. In questi anni sono state realizzate circa 180 casette indipendenti, donate ad altrettante famiglie bisognose: molte di esse sono quelle che hanno dovuto abbandonare la loro terra. "Ho sempre sentito nel cuore la volontà di dedicarmi a chi ha bisogno", confida Lupi: "Nel 2016 ho cessato, per pensionamento, la mia attività lavorativa e mi sono maggiormente dedicato al volontariato. Nel 2010 sono stato per la prima volta in Mozambico e più precisamente a Pemba dove ho conosciuto le “Pastorelle” e la loro missione. Da quell’incontro è scaturito un forte desiderio di continuare a condividere parte del mio tempo con il popolo mozambicano, in particolare con i bambini e le famiglie povere". La parola “missionario”, per Lupi, ha diverse sfumature: "Quando si dice missionario si pensa subito a persone che partono per terre lontane per portare la luce del Vangelo. L’andare lontano è l’altra direzione dell’andare vicino, del raccontare, testimoniare il Vangelo a casa nostra e quindi dell’essere missionario di casa nostra. In questi ultimi vent’anni della mia vita ho avuto la grazia di vivere sia l’andare lontano che l’andare vicino, prestando il mio servizio in Italia in diverse realtà. Le esperienze fatte presso questa missione delle “Pastorelle” è l’andare lontano per conoscere altre culture, vivere l’amore di Dio con altri popoli e arricchire il proprio cuore dell’amore altrui".
La testimonianza di Carlo Lupi
Ormai per tutti Lupi è “zio Carlo”, specialmente per i bambini. Ed è a loro che il suo pensiero corre sempre. Anch’egli di ricordi da condividere ne ha tanti. Fra questi, uno in particolare: una passeggiata nei bairros di Pemba. Agosto 2015. In quel periodo era difficile avere a disposizione un mezzo per spostarsi da un quartiere all’altro. Unico mezzo il camminare. Bisognava far visita alle famiglie per concordare quale tipo di casa avevano bisogno. Ed è allora che Lupi vive un momento che non dimenticherà mai: "Durante una di queste lunghissime camminate, abbiamo incontrato un gruppetto di ragazzi con i quali ci siamo fermati, scambiando qualche sorriso. Abbiamo anche scattato delle foto. Ricordo le risate dei ragazzini nel vedersi ritratti nel visore della macchina fotografica. Dopo una pausa abbiamo ripreso il cammino e a un certo punto sono stato raggiunto dal bambino più piccolo che avevamo prima incontrato. Mi prese per mano e mi accompagnò per un lungo tratto di strada. Ed è allora che ho provato dentro di me un grande senso di pace, di serenità. Non sentivo più la stanchezza". E continuai il cammino.
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