Povertà e media, poche notizie e parole stereotipate
Stefano Leszczynski - Città del Vaticano
La povertà resta ai margini dell’informazione italiana. Quando entra nell’agenda dei media lo fa in modo episodico, spesso legato a emergenze, fatti di cronaca o ricorrenze, con una rappresentazione semplificata e talvolta stereotipata. È quanto emerge dal rapporto "Taglio basso. Come la povertà fa notizia", promosso da Caritas Italiana e realizzato dall’Osservatorio di Pavia, presentato a Roma presso il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti.
I dati della ricerca
L’indagine, condotta tra settembre 2024 e giugno 2025, è la prima a mettere in relazione in modo sistematico povertà e comunicazione mediatica in Italia. "Abbiamo cercato di capire come i media coprono questo tema", spiega Monia Azzalini, ricercatrice dell’Osservatorio di Pavia e responsabile della ricerca. "Ci siamo concentrati sui telegiornali di prima serata delle principali reti generaliste, su un campione di talk show di approfondimento e su alcuni profili social di giornalisti e influencer". I numeri restituiscono un quadro netto: la povertà compare solo nel 2% dei servizi dei Tg, nel 6% delle puntate dei talk show ed è quasi assente sui social, dove rappresenta appena lo 0,8% dei contenuti analizzati.
Un'informazione povera
"Il dato negativo è che se ne parla poco e con discontinuità", osserva Azzalini. "In televisione emerge soprattutto nel periodo natalizio, in occasione della pubblicazione di rapporti ufficiali o di eventi simbolici, come la morte di Papa Francesco, oppure in relazione a fatti di cronaca". Nei telegiornali la copertura è frammentata e accessoria nel 73% dei casi. Il racconto si concentra prevalentemente sulla dimensione materiale e fatica a restituire la complessità delle povertà, che non sono solo economiche ma anche relazionali, educative, abitative e culturali. Scarso l’uso di dati e ricerche, mentre non mancano narrazioni stereotipate.
Troppi stereotipi
"Colpisce il modo in cui la povertà viene raccontata: troppo spesso è legata a fatti criminosi", sottolinea don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana. "È un tema che risente dei tempi stretti della comunicazione e viene ridotto a dati economici, senza approfondire le cause e le disuguaglianze. È una comunicazione che potrebbe fare di più, che deve ritrovare il gusto dell’approfondimento e le parole esatte per raccontare questo fenomeno". Un aspetto centrale riguarda anche il linguaggio. "È importante parlare di persone in condizioni di povertà, non di poveri", precisa Azzalini. "L’aggettivo sostantivato riduce la persona alla sua condizione, che invece può essere transitoria. Prima viene la persona, poi la povertà".
Serve più attenzione alla dignità
Secondo Pagniello, alla base di una narrazione più corretta devono esserci ascolto ed empatia: "Solo con un ascolto profondo si può custodire la dignità delle persone, senza ridurre la notizia a uno spot. L’empatia permette di non criminalizzare chi si ritrova a dover ricominciare la propria vita". Il rapporto parla infine di una vera e propria 'povertà informativa': l’informazione sulla povertà è scarsa e di bassa qualità e questo rischia di diventare un ulteriore fattore di disuguaglianza. "Una cattiva informazione non aiuta a costruire il bene comune", conclude Pagniello. "Raccontare la realtà con verità e giustizia non è solo un mestiere, ma una responsabilità".
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