Messico, un sacerdote-giornalista contro la criminalità
Federico Piana - Città del Vaticano
«Sacerdozio e giornalismo sono dimensioni affini: entrambe si impegnano a proclamare la verità e ci ricordano che proprio la verità ci rende liberi. Per questo, quando agisco come sacerdote cerco di ottenere un impatto mediatico con il giornalismo e quando agisco come giornalista cerco di profetizzare con la forza del sacerdozio che salva, consola e redime». Non si è certo scelto due missioni facili, Sergio Omar Sotelo Aguilar. Essere giornalista o sacerdote in Messico vuol dire rischiare molto, alcune volte anche la vita. E figuriamoci essere tutt’e due senza soluzione di continuità con l’aggiunta di aver preso l’impegno inderogabile di voler denunciare ogni malefatta della criminalità organizzata che ha spinto il Paese dell’America Latina al 126° posto della classifica delle 180 nazioni più corrotte al mondo.
Nel mirino
Sacerdote della Società di San Paolo — fondata da quel beato Giacomo Alberione che proprio del connubio tra Vangelo e informazione ha fatto un carisma unico e prezioso — laureato in scienze della comunicazione, giornalista, ricercatore, produttore e scrittore, ha iniziato ad essere nel mirino dei cartelli criminali da quando, ormai più di una ventina d’anni fa, ha fondato il Centro cattolico multimediale e l’Agenzia multimediale delle comunicazioni che ora dirige con abnegazione. E sprezzo del pericolo.
Contro silenzio ed omertà
I suoi principali nemici, si confida in una conversazione con i media vaticani, sono il silenzio e l’omertà che permettono alla criminalità di crescere e prosperare: «Mantenere nel silenzio le comunità ed i luoghi dove si compie il malaffare vuol dire diffondere la paura utile per implementare la narco — cultura, la narco — economia e la narco — politica. Ora più che mai è necessario continuare a rendere visibile la nefasta incidenza della criminalità organizzata con tutti i mezzi possibili nel tentativo di combatterla e sradicarla».
Sangue, vittime e sicari
I cortometraggi della serie “Hermano Narco”, che mettono a nudo la vita, le violenze ed i segreti dei narcotrafficanti e raccontano le storie di sangue di vittime e sicari, nel 2017 gli sono valsi il prestigioso premio nazionale di giornalismo ma anche le ripetute minacce di agguerriti signori della droga. «Già, alcuni hanno mostrato insoddisfazione per il nostro lavoro e io ho subito delle molestie anche gravi che ad un certo punto mi hanno preoccupato, intimorito. Tuttavia, la nostra missione vale la pena e quindi continuiamo con grande fede e gioia a lavorare finché Dio ce lo permetterà».
Chiesa coinvolta
Come lui, anche l’equipe, composta da altri 4 giornalisti, che lavora al centro multimediale è stata presa di mira per aver acceso i riflettori non solo sul traffico di droga ma anche sulla violenza che in questi anni sta colpendo la Chiesa: «Ci stiamo occupando di denunciare la terribile azione della criminalità organizzata nei confronti dei sacerdoti e delle istituzioni ecclesiali. Da quasi 15 anni, il nostro lavoro è ritenuto valido da diverse organizzazioni nazionali e internazionali le quali hanno certificato che il grave problema della violenza nel nostro Paese ha reso il Messico una delle nazioni più pericolose in cui esercitare il sacerdozio».
Missione fondativa
Se si da un’occhiata ai numeri che quantificano il lavoro prodotto fin ora del Centro cattolico multimediale si rimane sbalorditi: oltre 100.000 tra articoli, editoriali, reportage e notizie. Tutto realizzato non perdendo di vista la missione fondativa, il saldo e profondo criterio editoriale: guardare la realtà con visione cattolica dando spazio e rilevanza all’analisi dei fenomeni sociali e culturali che circondano la vita della Chiesa. Un orgoglio, per don Sergio Omar Sotelo Aguilar: «Sono convinto che la Chiesa debba essere fonte e non oggetto d’informazione. Questo è ciò che mi ha spinto a creare una piattaforma multimediale in grado di informare in modo veritiero l’intera società sui fatti che la riguardano».
Parlare sempre
A lui, come alla sua equipe, non spaventa che in Messico, dal 2018 al 2024, siano stati uccisi 47 giornalisti mentre non si contano quelli intimiditi e messi a tacere. E non preoccupa neanche il fatto che negli ultimi anni la diffusione del commercio degli stupefacenti sia cresciuto a dismisura come in generale tutto il crimine organizzato. Armi, denaro, tattiche militari per l’addestramento di sicari e la corruzione generalizzata hanno reso i clan mafiosi messicani un’entità potente e distruttiva. Ma non invincibile: «Ecco perché non può venire meno il mio desiderio di essere una voce per coloro che non hanno voce. Devo continuare a denunciare in modo più impegnato e profondo le ingiustizie come del resto fa la Chiesa che qui svolge un ruolo decisivo per la pacificazione utilizzando strategie efficaci come il dialogo e programmi di aiuto alle vittime delle violenze. Risorse inestimabili utili a sradicare questo flagello».
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